Ripristino IVA Pellet al 10%
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Ripristino IVA Pellet al 10%

A cura di:
Stefano Chiussi

Status Quo


Il pellet è un combustibile ricavato dalla segatura essiccata e poi compressa in forma di piccoli cilindri: si tratta di un biocombustibile che sostituisce i combustibili fossili, come il petrolio, il gas e i loro derivati, il cui massiccio uso è considerato tra i primi responsabili del cambiamento climatico in atto.

Un recente rapporto Istat afferma che il consumo di pellet in Italia è più diffuso al Nord, soprattutto in Valle d’Aosta, Friuli-Venezia Giulia e Trentino, con consistenti differenze di utilizzo rispetto al Centro e al Mezzogiorno, con le singole eccezioni di Sardegna (11,5%) e Umbria (11,1%). Nel complesso una casa su quattro è scaldata con legna o pellet nel nostro paese e l’Italia è il primo consumatore in Europa di Pellet. In un anno ne vengono bruciate 3,3 milioni di tonnellate. Negli ultimi tempi sono state installate ben 2 milioni di termostufe, adatte sia per riscaldare gli ambienti che per avere a disposizione acqua calda e per la metà di queste case, questa è l’unica o prevalente fonte di riscaldamento .

In una nota, Federconsumatori ha giudicato “intollerabile” l’aumento dell’IVA sul pellet varato nel 2015. Infatti, dal 1 gennaio 2015, come previsto dal comma 711 dell’articolo 1 della Legge di stabilità 2015, il Governo Italiano ha disposto l’aumento dal 10 al 22% dell’aliquota IVA da applicare alle cessioni del prodotto pellet di legno, destinando (comma 712) le maggiori entrate, per un importo pari a 96 milioni di euro, a incrementare il Fondo per gli interventi strutturali di politica economica.

Ma ad aggravare la sorpresa e il rammarico, la formulazione dell’emendamento poi approvato dalla legge indicava, come destinazione delle risorse generate dall’aumento dell’IVA, un fondo istituito per la riduzione della pressione fiscale (oltre al danno pure la beffa).

Problema


Le aliquote IVA agevolate del 4 e del 10% hanno la finalità di tenere bassi i prezzi di alcuni generi considerati molto importanti o di prima necessità. L’aliquota IVA del 4% si applica ai cibi come pane, pasta, olio, latte e riso, oltre a oggetti di uso comune. Al 10% invece sono tassati beni e servizi come la fornitura dell’elettricità, la carne e il pesce e i combustibili legnosi. Tutti tranne uno, il pellet.

Pertanto, l’aumento dell’IVA sul pellet è stato introdotto per generare un aumento delle entrate che in realtà è del tutto teorico. Con questa scelta, l’Italia diventa uno dei Paesi europei che applicano l’aliquota più elevata per questo biocombustibile. E’ noto a tutti che, specie in un momento così delicato dal punto di vista economico, l’aumento delle imposizioni abbia un effetto depressivo sui consumi dello specifico prodotto, disincentivando l’utilizzo di un biocombustibile che in molte zone d’Italia rappresenta l’unica alternativa alle più costose fonti energetiche fossili.

L’aumento dell’IVA sul pellet si traduce in un aumento medio della spesa per il riscaldamento pari a 50 euro a famiglia all’anno; incremento che può superare i 150-200 euro nel caso in cui il pellet sia impiegato in caldaie per il riscaldamento centralizzato. Questi dati sono stati calcolati sulla base dei consumi medi dichiarati dalla famiglie italiane, pari a 1,5 t/anno.

Infine non è trascurabile evidenziare come gli effetti negativi si possano avere non solo per i consumatori finali ma anche per l’industria, sia sul fronte della produzione e della distribuzione del pellet sia su quello di produzione dei sistemi di riscaldamento. Infatti, è doveroso ricordare che i produttori italiani di apparecchi domestici alimentati a pellet contribuiscono al prestigio del Made in Italy e sono oggi leader a scala internazionale, esportando oltre il 35% in tutto il mondo e rappresentando più del 90% delle vendite in Europa. Le pesanti e negative ripercussioni che subirebbe questo settore manifatturiero, leader per tecnologia e ricerca e sviluppo, sarebbe un grave danno. Il settore del pellet è particolarmente significativo per l’industria italiana, con oltre 42.000 unità lavorative impiegate stabilmente, di cui oltre 20.000 direttamente nella produzione e distribuzione del biocombustibile. La sola produzione di pellet ha una ricaduta occupazionale pari a 8,3 unità lavorative per milione di euro fatturato, contro 0,5 per i derivati dalla raffinazione del petrolio. Inoltre, l’incidenza del valore aggiunto della produzione di pellet è 7 volte superiore rispetto a quello derivante della raffinazione del petrolio.

Nel complesso l’aumento dell’IVA sul pellet dimostra una sensibile inadeguatezza nella politica a sostegno delle fonti rinnovabili, producendo un pericoloso allontanarsi dal raggiungimento degli obiettivi europei previsti al 2020, penalizzando le sinergie nell’ambito della filiera foresta-legno-energia e le ricadute positive in ambito ambientale, di gestione del territorio e di supporto alle comunità locali.

In Germania, l’iva sul pellet è del 7%, in Austria del 10%, mentre in Inghilterra e Francia è addirittura del 5%: questi paesi hanno difatti risotto al minimo possibile le tasse sul valore aggiunto di tale biocombustile, al fine di favorirne l’impiego e, di conseguenza, attivare con vigore il circolo virtuoso di riduzione della CO2 emessa con l’obiettivo di raggiungere, se non superare, gli obiettivi ecologici concordati a livello europeo per il 2020 ed il 2030. In Italia, con mtivazioni di “riduzione della pressione fiscale”, si aumento l’IVA su un prodotto ecologico, dimostrando l’assoluta incoerenza e miopia del governo, nel migliore dei casi (buona fede) se non mala fede assoluta, visto l’evidente favore reso ai produttori/distributori di combustibli fossili a danno economico della popolazione ed ambientale del paese tutto.

Soluzione


“Si tratta di un provvedimento da correggere – dichiara Pieraldo Isolani, responsabile del settore Energia dell’Unione Nazionale Consumatori – perché è contro i cittadini meno abbienti residenti in aree marginali, ai quali aumenta il costo del riscaldamento; non solo, rappresenta anche un danno all’ambiente, perché scoraggia l’utilizzo di un combustibile ecologico e rinnovabile (poiché la quantità di CO2 emessa durante la combustione è la stessa che le piante avevano accumulato durante la loro crescita) ed è contro l’occupazione, perché ostacola lo sviluppo delle imprese produttrici di termostufe, di cui il nostro Paese possiede una filiera industriale assai importante e competitiva.”

La soluzione a questo imbarazzante problema, risconsciuto anche dall’allora premier Matteo Renzi e, ovviamente, mai corretto, sta nella modifica alla Legge di Stabilità 2015 e, in particolare, al punto 710 del maxiemendamento (articolo unico) alla Legge di Stabilità della tabella A, parte III, allegata al decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 633, dopo le parole: «compresa la segatura» semplicemente eliminando la dicitura «esclusi i pellet».

 

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