Regolamentazione Lobbying in Italia
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Regolamentazione Lobbying in Italia


A cura di:
Gabriele Giuliani


Premesse


L’Italia presenta un fortissimo ritardo culturale nell’accettazione del fenomeno del lobbying, considerato una forma di inquinamento alla vita democratica, per via della mancanza di regolamentazione: infatti se svincolato da un sistema di controllo e rendicontazione, genera inevitabilmente fenomeni corruttivi; al contrario, se inserito all’interno di un contesto normativo che impone trasparenza, rendicontazione, ma soprattutto partecipazione, allora non solo non sarà un fattore inquinante, ma acquisterà piena legittimità, andando ad assumere un ruolo di fondamentale importanza nella vita democratica. Una maggiore partecipazione del lobbying nel processo decisionale, se accompagnato da un’adeguata regolamentazione in materia e da comportamenti virtuosi dei singoli lobbisti, diminuirebbe in maniera consistente la distanza tra la politica e la società civile. La Corte Costituzionale in diverse sentenze a partire dal 1974, sulla base delle disposizioni contenute negli arti. 2, 3 e 18 della nostra Costituzione, ha stabilito la legittimità dell’attività di influenza lecita sul decisore pubblico da parte di gruppi organizzati; ciò di cui si ha urgentemente bisogno è quindi una legge che assicuri che tale attività, riconosciuta lecita e regolare, operi nel rispetto dei principi costituzionali di trasparenza e imparzialità.

Problema


Sul “DOSSIER LOBBYING IN EUROPE, HIDDEN INFLUENCE, PRIVILEGED ACCESS”, curato dall’organizzazione non governativa “TRANSPARENCY INTERNATIONAL” presentata a Bruxelles ad Aprile 2015, l’Italia su 19 paesi analizzati si è classificata terz’ultima in materia di trasparenza dell’attività di lobbying. In 40 anni di attività parlamentare sono stati presentati 58 disegni di legge (il primo risale al 1976), sui quali non si è andato oltre le discussioni nelle Commissioni competenti, senza mai raggiungere l’obiettivo della regolamentazione; eppure il fenomeno delle lobby è presente ed è del tutto lecito, come confermato tra l’altro anche dalla Corte di Cassazione. Nel settembre 2016 è stato istituito presso il MISE il Registro dei Lobbisti, seguito a Marzo 2017 anche da quello presso l’Ufficio di Presidenza della Camera dei deputati. Ad oggi abbiamo ben tre registri (in precedenza ne era stato istituito uno anche presso il Ministero dell’Agricoltura, grazie all’ex Ministro Catania, per anni poi scomparso e rimasto inattuato) solo per il processo decisionale statale (svariati sono anche quelli istituiti presso alcuni Enti locali). La frammentazione normativa e la proliferazione dei registri rende più difficoltoso il raggiungimento di quello che dovrebbe essere il vero obiettivo di qualsiasi normativa sui gruppi di interesse: la trasparenza. Inoltre dal gennaio 2017 si è passati a un sistema di finanziamento della politica basato esclusivamente su contributi privati, (in virtù del DL N.149 del 28 Dicembre 2013), il che vuol dire, inevitabilmente, più rapporti tra i portatori di interesse e partiti, senza l’esistenza però di una legge che stabilisca come debbano svolgersi queste relazioni.

I contenuti della proposta


La proposta di iniziativa legislativa dovrebbe essere articolata come segue:

  • istituzione da parte del governo, di un registro pubblico dei lobbisti, garantito da un’autorità super partes, che deve essere obbligatorio e contenere i requisiti di trasparenza e rendicontazione;
  • l’obbligo per i parlamentari di rendere pubblici i dettagli degli incontri con i lobbisti e i gruppi di interesse, oltre ad un maggior controllo e alla trasparenza degli accessi al Parlamento e ai Ministeri, che devono essere registrati e resi pubblici;
  • introduzione di un “FREEDOM OF INFORMATION ACT” che garantisca libero accesso ad ogni informazione e ai documenti prodotti e detenuti dalla pubblica amministrazione, comprese ovviamente le informazioni inerenti le attività di lobbying;
  • la regolamentazione del cosidetto fenomeno delle porte girevoli (revolving doors) che includa anche l’attività di lobbying, e in particolare l’introduzione di un “periodo di attesa” (cooling-off periods) per i membri del Parlamento, del Governo e gli alti funzionari pubblici, durante i quali non può essere loro consentito di effettuare attività di lobbying nei confronti dell’istituzione in cui hanno svolto le proprie funzioni precedentemente (periodo di almeno due anni, essendo insufficiente quello di un anno previsto dal Regolamento della Camera dei deputati).

Benefici


Un’attività di lobbying trasparente, con eguaglianza di opportunità, più diffusa e professionale migliorerebbe il funzionamento della concorrenza, creerebbe maggiori possibilità di sviluppo per il tessuto industriale delle piccole e medie aziende che stentano a far sentire la propria voce presso i decisori pubblici e questo potrebbe far aumentare di un punto percentuale il PIL e creare nuovi posti di lavoro, senza considerare che i costi per la realizzazione del registro pubblico sono limitati.

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