Conversazione con Sandro Gozi
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Conversazione con Sandro Gozi

Conversazione con Sandro Gozi

Carlo Torino: Esiste una cruciale tendenza sviluppatasi in seno all’economia globale che trascende i pur potenzialmente destabilizzanti effetti di breve periodo attribuibili, in rilevante misura, alle tensioni commerciali. In sostanza, osserviamo un generale e progressivo logoramento della fondamentale legittimità politica inerente l’impianto multilaterale alla base del sistema internazionale fondato sul diritto (rules-based), e sugli inviolabili principi della democrazia liberale: tolleranza, rispetto per i diritti umani, garanzia del diritto di proprietà; e ancora libertà di espressione, protezione dei diritti civili e politici delle minoranze.

A fondamento di un tale assetto di ordine globale liberale – protetto dalla superpotenza militare americana e dal suo imponente deterrente nucleare – risiedono i cardinali canoni del libero scambio. Il generale assioma della scienza economica in base al quale la sempre maggiore integrazione dei mercati internazionali e delle catene globali del valore, sia portatrice – a livello aggregato – non altro che di benefici economici: crescita sostenuta nei livelli di ricchezza pro capite, drastica riduzione nei livelli di povertà assoluta (specie nei BRICS); e ancora: la creazione di compatti e culturalmente omogenei segmenti di classe media nelle popolazioni, i quali avrebbero a loro volta dovuto assicurare un duraturo consenso alle forze politiche liberali e riformiste. Un tale modello, figlio del modernismo sociale, versa oggi in una crisi di legittimità apparentemente irreversibile. Vi sarebbero stati, era già allora innegabile, dei “perdenti” della globalizzazione: ma imponenti processi di riforme strutturali, di “shock teraphy” e, insieme, il libero flusso cross-border di capitali e investimenti avrebbero accompagnato quei naturali processi di  aggiustamento ai quali le economie degli stati-nazione si sarebbero graziosamente adattate. Fattori storici di natura culturale-identitaria venivano sistematicamente e, piuttosto sbrigativamente, dequalificati a variabili secondarie nell’equazione dell’equilibrio globale dell’economia. “Stabilize, privatize and liberalize”, fu l’epigrammatica sintesi di Dani Rodrik, nella sua critica alla teologia del Washington consensus.

Al di là di evidenti errori individuali nell’impostazione dei processi di policy – e di una visione del mondo in un certo senso palesemente ideologizzata –, ciò che per altri versi appare profondamente paradossale è che siano proprio gli Stati Uniti a pronunciare la più aspra sentenza di condanna nei confronti di un ordine economico da essi stessi creato e sostenuto a partire dal secondo dopoguerra ad oggi. Adam Posen, presidente del Peterson institute for international economics, adombra – in un recente saggio su Foreign Affairs – le linee evolutive che condurranno a una “post-American world economy”; ove il crescente nazionalismo economico e il mercantilismo unilaterale di Washington, e ancora il prevalere di un’impostazione strategica che propugna la sistematica integrazione dei vettori primi della potenza americana (economici, militari e politici), e dunque rende priva di rilevanza qualsiasi considerazione di ordine morale che separi questioni puramente economiche da altre di sicurezza nazionale. Un tale approccio, crudamente definito come “principled realism”, condurrà secondo Posen verso un ecosistema nel quale gli elementi della competizione globale (tecnologica, strategica, economica) tenderanno a politicizzarsi in crescente misura, a detrimento degli investimenti esteri (già in considerevole flessione) e della produttività.

In un contesto internazionale che non sbagliamo nel definire “mundus furiosus”, di evidente disordine globale e disgregazione del centro politico moderato (Henry Kissinger in una sua recente intervista al Financial Times ha descritto l’attuale fase storica quale “very, very grave period”), è possibile a suo giudizio evitare quella che lo storico dell’economia Barry Eichengreen ha definito nel suo ultimo libro la “tentazione populista?

Sandro Gozi: Dato che è stato citato Dani Rodrik, riprendo il suo famoso trilemma impossibile: democrazia, integrazione economica globalizzata, sovranità nazionale. Possiamo combinarne due allo stesso tempo, ma mai tutte e tre per un lungo periodo. Se nel corso delle ultime due decadi avevamo pensato di poter coniugare, attraverso il sistema delle istituzioni internazionali e dell’Unione Europea, democrazia e globalizzazione, negli ultimi tempi ci siamo accorti che non solo questo è sempre più difficile, ma soprattutto che è cresciuto il “club” di coloro che vogliono un sistema integrato ma… a sovranità nazionale. Prendiamo Orban e Kascinsky: si guardano bene dal voler smantellare l’Unione Europea, perché un mercato integrato a 27 paesi fa comodo anche a loro. Ma rigettano la democrazia liberale, anzi ne propugnano una “illiberale”: è proprio nella breccia aperta da Donald Trump che molti di questi autocrati trovano efficace sponda. Penso, per esempio, alla crescente ostilità che la tematica dei diritti umani sta trovando in tutti i consessi internazionali. Il club dei sovranisti sta trovando notevoli affiliati: dalla signora Le Pen ai Brexiteers, fino ai sovranisti nostrani. La realtà è che ci troviamo di fronte a un sistema – quello democratico e globalizzato – messo a dura prova da fenomeni internazionali: la tecnologia sta trasformando il lavoro, le migrazioni stanno scuotendo la nostra società. Se non siamo in grado di governare questi cambiamenti, è naturale che i cittadini si rivolgano ad altri. io però non credo si sia trattato solo di incapacità. Si è trattato di volontà politica. i governi europei soprattutto, hanno pensato e tentato di sfidare il trilemma, o per dirla in modo più diretto, di avere la botte piena a e la moglie ubriaca. Hanno cioè pensato che si potesse rilanciare l’Europa con una pseudo governance economica sempre più nelle mani dei tecnocrati nazionali ed europei e, a valle, dei ministri dell’economia, senza fare i necessari passi avanti verso una governance più democratica e sovranazionale, rinunciando così all’efficenza e al controllo democratico che hanno caratterizzato la governance e garantito il successo del mercato unico. I ripetuti vertici europei in cui i Capi di Stato e di Governo sono poi costretti a negoziare anche aspetti molto tecnici, tentando di trasformarsi in una sorta di governo collettivo dell’Unione, non sono che la prova più lampante dell’inadeguatezza del metodo. Sfida ancora più complessa per la governance globale, da inventare per quanto riguarda gli aspetti economici e finanziari più generali, sulla base dei lavori del G7, oggi messo in fortissima discussione da Trump, e del G20, che è ben lontano dal metodo necessario per poter assicurare il necessario governo di un’economia globale che oggi sta rallentando sotto i colpi dell’unilatateralismo. Governance globale invece da riformare, senza aspettare, per quanto riguarda il commercio, dato che sono evidenti i limiti dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, limiti che vengono invocati in modo spesso strumentale dall’amministrazione Trump per contestarne le stesse fondamenta. Ma che vanno necessariamente superati, perché rendono l’organizzazione ad agire in questo nuovo disordine globale. Stesse considerazioni, ma ritardi ancora più grandi, valgono per il governo del clima e i seguiti degli Accordi di Parigi, che richiedono scelte industriali, di sviluppo economico e “di società”. Il multilateralismo non è morto: ma corre due rischi molto evidenti. Il primo è quello di trasformarsi in una sommatoria di bilateralismi, incapace di cogliere l’ampiezza delle sfide e soprattutto riducendo lo spazio per l’azione corale. Il secondo è quello di perdere concretezza, efficacia, insomma di trasformarsi in una lista di buoni propositi. Abbiamo invece bisogno di un multilateralismo efficace, forte, pragmatico, che dia un volto ai problemi e affronti i limiti della globalizzazione, perché i tempi che dobbiamo affrontare non sono né ordinari, né semplici.

Carlo Torino: Ancora sul tema del relativo declino della superpotenza americana; della tendenza dell’attuale Amministrazione ad assumere una postura nelle relazioni internazionali sostanzialmente inward-looking; e di una spiccata preferenza per summit bilaterali, insieme al prevalere di una logica negoziale eminentemente transattiva ove tutto può essere oggetto di trattativa fra leader carismatici – che peraltro, come nel caso del vertice Trump- Putin a Helsinki, mostrano scarsa preparazione (specie il primo) sui dossier oggetto di discussione, e sugli innumerevoli cruciali aspetti di issue-linkage –; per tacere della totale assenza di un resoconto scritto in relazione agli argomenti trattati. Richard N. Haass, presidente del Council of foreign relations, in un suo recente intervento su Project- syndicate evidenzia la totale frattura con la tradizione diplomatica occidentale, e i rischi che un tale approccio di incontri di vertice inevitabilmente produce sui livelli di fiducia interni agli attuali sistemi di alleanze: Nato, in primo luogo. In un tale contesto di volatilità geopolitica e di progressivo disengagement americano, assume una cardinale importanza il disegno politico di Emmanuel Macron, che mira a concepire un concreto spazio di sovranità europea. Quanto è rilevante a suo avviso, in una cornice globale caratterizzata da un ordine essenzialmente multipolare, dotarsi di autonomia strategica a livello europeo (Pesco costituisce un incoraggiante ancorché timido progresso)? E come farlo senza ledere i precari – benché per noi vitali – equilibri transatlantici?

Sandro Gozi: Se non fosse che Trump intende minare il sistema multilaterale sul quale abbiamo costruito 70 anni di pace, potrei quasi essere d’accordo con lui sulla NATO. A ben vedere, sulla NATO Trump dice in maniera un po’ più rozza quello che già Obama ci diceva con maggiore eleganza. E cioè: non è possibile che gli europei non paghino a sufficienza per la propria sicurezza, perché tanto ci sono gli americani a farlo. Su questo aveva ragione Obama come ha ragione Trump: certo, il contesto è molto cambiato. Ma che gli europei debbano fare molto di più per la sicurezza, è pacifico. Tanto più che avremmo tutto l’interesse a cogliere questa occasione per rivedere il senso della NATO: per fare un esempio, io sono convinto che la missione della NATO dei prossimi 50 anni sia molto più legata alla cybersecurity rispetto che all’equipaggiamento militare tradizionale. Di fronte a questa sfida, occorre assumere una prospettiva chiaramente europea: un rapporto McKinsey del 2016 dimostrava come se i paesi Ue avessero messo in comune non tanto gli equipaggiamenti militari ma le semplici stazioni appaltanti, avrebbero risparmiato il 30% delle spese. Nessuno mette in discussione la NATO ma, ancora una volta, vogliamo cogliere questa opportunità per procedere verso un apparato di sicurezza europeo? Macron su questo punto ha pienamente ragione: e se è la Francia a spingere per una integrazione maggiore, credo che tutti dovremmo seguire questo slancio. Io sono assolutamente convinto che su questo terreno la sovranità sia fondamentale: ma la sovranità europea, non quella dei singoli Stati Membri. Ai tempi dei governi Renzi e Gentiloni, l’Italia era in prima fila nell’invocare uno scatto in avanti su questi temi, supportando le proposte della Commissione Europea: penso alla creazione di un Fondo europeo della Difesa, al mercato unico della Difesa, per esempio con la revisione delle norme sugli appalti per le industrie del settore. Ancora, il tema della cybersecurity; e la possibilità di lanciare cooperazioni strutturate nel settore della difesa, di cui discussero al vertice di Versailles, Francia, Germania, Italia e Spagna. La Francia ha poi recentemente proposto un ulteriore passo in avanti: una forza di difesa europea, cui hanno aderito Germania, Belgio, Danimarca, Olanda, Estonia, Spagna e Portogallo, e anche un Paese che si trova in una posizione particolare come il Regno Unito. E’ paradossale che Londra, con un piede fuori dall’Ue, sia convinta dell’opportunità di restare legata all’Europa della difesa anche nel dopo-Brexit, mentre l’Italia dei gialloverdi preferisca restare fuori dal progetto. Ancora una volta, l’Italia pensata da Salvini, Di Maio e Conte non è un grande paese capace di prendersi le sue responsabilità in ambito europeo, ma l’Italietta provinciale che alza i muri e prende decisioni che vanno contro l’interesse nazionale. La realtà è che i gialloverdi si riempiono la bocca di interesse nazionale, ma poi restano solo parole. Quando si tratta di passare ai fatti, l’Italia nelle partite che contano non c’è.

Carlo Torino: In tema di governance dell’economia globale, appare ormai del tuto evidente che l’attuale architettura multilaterale – concepita con gli accordi di Breton Woods, ed espressione di equilibri di potenza economica prevalenti nell’immediato dopoguerra –, riveli oggi un crescente deficit rappresentativo. L’ultimo vertice G7, in Canada, non ha se non mostrato – al netto delle proterve, al limite dell’insulto, posizioni di dissenso del presidente americano – tutta l’insufficienza di una struttura di governo dell’economia che sempre più ravvisa se stessa nell’immagine del G-zero, coniata dal politologo Ian Bremmer.

Occorre peraltro ricordare che il 50 per cento della crescita globale nell’ultimo decennio è attribuibile alla Cina; e che benché il tasso di crescita reale del gigante asiatico sia passato dal 10 per cento al 6 per cento, la composizione dell’economia mostra oggi una struttura radicalmente mutata, con una minore incidenza dell’export a basso valore aggiunto e una tendenziale riduzione nella bilancia dei pagamenti.

È pertanto del tutto naturale che una tale dinamica giustifichi la ricerca da parte della Cina – ma anche della Russia: per ragioni squisitamente geostrategiche – di forum multilaterali alternativi a quelli tradizionali. Esempio ne sia il summit annuale dei paesi BRICS, ma anche la creazione della Asian Infrastructure Investmet Bank, e ancora dello Shanghai Cooperation Organization.

La stessa Federazione Russa presiede l’Unione economica euroasiatica. In definitiva, assistiamo ad una progressiva frammentazione nei tradizionali assetti di governance dell’economia globale, in forza di due contestuali dinamiche secolari: la dichiarata volontà delle autorità cinesi di stabilire una forma di dominio geoeconomico sulla massa euroasiatica attraverso la Belt and road initiative (BRI). E insieme il disegno anelante ad un primato tecnologico globale – specie nell’intelligenza artificiale (AI) – mediante il programma “Made in China 2025”.

Il dilemma strategico europeo si articolerà dunque nella scelta di accogliere investimenti infrastrutturali cinesi nel territorio dell’Unione (accade già in notevole misura nei Balcani centro-orientali; e presto nel Sud Italia: hub logistico di vitale importanza), a un tempo preservando il controllo strategico delle aree coinvolte; e offrendo garanzie certe di protezione del know-how tecnologico. Naturalmente, la domanda è se un’Europa in piena crisi esistenziale, insidiata da oscure forme di nazionalismo economico; da singolari tribalismi di matrice religiosa e razziale imperanti nel suo nucleo centro-orientale (la cristianissima Kerneleuropa: naturale sfera economica di influenza germanica, profondamente anti-russa e xenofoba) ove non mancano oscuri richiami alla retorica del sangue e della terra: tutta la dozzinale panoplia degli autoritarismi novecenteschi.

La domanda è se quest’Europa sarà all’altezza delle sfide globali. Macron sembra crederci, benché relativamente isolato. E l’Italia?

Sandro Gozi: L’Italia per ora ha scelto di non crederci, almeno stando alle prese di posizione del governo giallo-verde. Sui migranti si sta inseguendo il blocco di Visegrad, ossia coloro che meno di tutti hanno interesse nell’aiutare l’Italia; mentre Paesi tradizionalmente amici come Francia, Spagna e Malta vengono additati come nuovi nemici. E’ in atto un riposizionamento della politica estera italiana: credo che si possa dire con sufficiente tranquillità. I politologi hanno da sempre descritto la politica estera italiana come combinazione di tre cerchi concentrici: il Mediterraneo, l’Europa e l’Atlantismo. A me sembra che il nuovo governo non stia ottenendo risultati nel Mediterraneo; che sia interessato al blocco di Visegrad piuttosto che agli alleati dell’Europa occidentale; e che il modello da seguire sia Putin. Francamente è qualcosa di inedito nella storia italiana: scelte miopi, e spesso in contraddizione con l’interesse nazionale stesso. Il che è abbastanza sorprendente, per gli autoproclamatisi campioni del sovranismo. Insomma, al momento credo che il contributo italiano al rilancio europeo sia limitato, per non dire azzerato. Ed è un grande peccato, se pensiamo a quanto fatto negli ultimi anni in termini di alleanze, proposte, decisioni. Resto assolutamente convinto che solo l’Europa unita possa pensare di giocare un ruolo decisivo nello scacchiere globale: nessun paese europeo può più farlo da solo. Non può la Gran Bretagna, che pure si è lasciata sedurre dalle sirene della Brexit. Non può nemmeno la Germania, la cui potenza ha senso se in un quadro europeo. Non possono essere Germania o Francia, o qualsiasi altro paese europeo, a sedersi allo stesso tavolo con la Cina. Ma può farlo l’Unione Europea, come recentemente proposto da Romano Prodi per quanto riguarda Africa e flussi migratori. Guardiamo la realtà che abbiamo di fronte: la Cina assume un ruolo sempre più importante per quanto riguarda lo sviluppo delle relazioni internazionali. La Belt Road Initiative può essere uno strumento in grado di generare ingenti investimenti nelle ferrovie, nelle infrastrutture marittime, ma prevede anche investimenti non necessariamente infrastrutturali. La nuova Via della Seta pone, infatti, importanti sfide e offre grandi opportunità sia per la Cina che per l’Europa, specialmente in un contesto in cui Pechino è sempre più presente in Africa e gli Stati Uniti non sembrano interessati a investire nel multilateralismo. E’ chiaro che deve essere l’Europa a prendere l’iniziativa: Francia e Germania sono senza dubbio pronte a procedere in questa direzione. Il governo italiano invece ragiona solo in termini di chiusura: ma se decidiamo di autoescluderci dai tavoli più importanti; se sbagliamo alleanze e rinunciamo a costruire infrastrutture; insomma, se continuiamo sulla strada intrapresa da Conte e Salvini, la lista delle occasioni perdute dal nostro Paese continuerà ad allungarsi.

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