Conversazione con Carlo Cottarelli
Conversazioni / The CSPL Meetings / Conversazione con Carlo Cottarelli
Conversazione con Carlo Cottarelli

Conversazione con Carlo Cottarelli

CARLO TORINO: Esiste una vasta letteratura contemporanea, specie anglosassone, che teorizza l’irrimediabile declino dell’Occidente democratico. Nella stessa Unione – nei paesi della Mitteleuropa – esistono regimi politici che siautodefiniscono “democrazie illiberali”, esercitando una sinistra seduzione sulle opinioni pubbliche euroccidentali.L’attuale Amministrazione americana persegue obiettivi di interesse squisitamente nazionale, attraverso una singolare commistione di unilaterale mercantilismo e radicale liberoscambismo, in spregio alla credibilità delle istituzioni multilaterali proprie del sistema internazionale da essa concepito a partire dal secondo Dopoguerra.

L’Unione europea appare torturata da ciò che troppo somiglia a una ormai irreversibile “crisi esistenziale”: travolta da un’inarrestabile emergenza rifugiati, nella quale si ravvisano tutte le sue eterne divisioni politiche. Incapace com’è di definire una visione autenticamente europea del problema, lascia che le sabbiose ambizioni di “sovranità democratica” del presidenteMacron cadano in una cupa indeterminatezza: ad esse preferendo il cauto approccio tedesco sulla condivisione dei rischi economici. E, talvolta – occorre riconoscerlo –, preoccupanti forme di nazionalismo economico, quando non di nostalgico revanscismo (in alcuni casi mediante inquietanti suggestioni a carattere religioso, e strumentali evocazioni alle radici cristiane dei popoli) esercitano un incontenibile potere di suggestione sulle coscienze collettive, scalfendone l’immaginario.

Insomma, nell’era della fragilità globale, il quadro generale delle tendenze politico-spirituali in atto non appare del tuttoottimistico: la prima domanda è dunque se lei ritiene che l’Occidente attraversi una “recessione democratica” , di naturadunque transitoria e alla quale auspicabilmente seguirà una ripresa; ovvero se intravede nell’attuale fase elementi strutturalidi mutamento: e dunque una vera e propria “depressione democratica”.

CARLO COTTARELLI: Osservo con crescente inquietudine l’affermarsi di tendenze nazionalistiche – di matrice talvolta etnica, talaltra frutto di un egoismo puramente economico, o ancora di una strumentale ricerca di consenso politico –, e di un progressivo deterioramento nella qualità dei rapporti transatlantici. In ogni caso, mi pare sia del tuttoprematuro decretare la fine dell’Occidente, inteso come modello di ordine mondiale. Esistono elementi nell’equazione della competizione globale – demografia, potenza militare, economia, livello di evoluzione tecnologica – “ancora” innostro favore.

Esistono però valori cardinali che l’Occidente ha progressivamente smarrito, e in misura rilevante a partire dallaGrande Crisi; un esempio esplicativo risiede in concetto fondante per il buon funzionamento di una democrazia liberale:l’uguaglianza delle opportunità, il riconosciuto primato culturale del level playing field.

La spaventosa crescita nei livelli di disuguaglianza ha progressivamente contribuito a erodere le riserve di capitale sociale. Una tendenza evidente anche nel nostro Paese.

CARLO TORINO: Lo straordinario lavoro che state portando avanti attraverso l’Osservatorio sui Conti Pubblici, ha riportato a una forte centralità dei temi relativi gli equilibri di finanza pubblica. Sappiamo che la principale vulnerabilità del nostro Paese è costituita da un enorme debito pubblico in rapporto al Pil. I mercati ci impongono tassi considerevolmente più elevati rispetto a Stati membri cosiddetti “core”; e in definitiva, l’elevata spesa per interessi (al netto del nostro stabile avanzo primario) sottrae risorse preziose al bilancio pubblico che potrebbero – idealmente – essere utilizzate per investimenti pubblici, tagli fiscali, incentivi all’innovazione tecnologica, istruzione, women’s empowerment ecc. con positivi effetti sulla produttività totale dei fattori, e in ultima istanza sulla crescita reale. Evidentemente, è un problema di fiducia: i fondamentali macroeconomici appaiono relativamente equilibrati, e il debito – benché elevato – risulta essere su una traiettoria di sostenibilità nel medio periodo. Rapide dislocazioni di mercato, seguite da improvvisi accessi di generale esuberanza irrazionale – come nei giorni concitati del suo incarico – hanno mostrato natura alquanto transitoria, e sono stati parzialmente assorbiti. Ciò potrebbe ragionevolmente costituire la base programmatica di un ambiguo sistema di incentivi verso politiche di spesa insostenibili: specie in una fase storica ove il grande afflusso di liquidità proveniente dall’eurosistema è destinato gradualmente a ridursi. Insomma, sebbene la turbolenza di maggio sia stata assorbita e permanga una generale attitudine di sostanziale market-complacency, esiste ancora un rischio di policy-mistake e di sostanziale vulnerabilità. Come se non bastasse: le principali banche centrali sistemiche acuiscono la loro divergenza nelle rispettive monetary stance. Al di là della taumaturgia – nella quale gli italiani hanno una certa dimestichezza –, come ne usciamo?

CARLO COTTARELLI: Non v’è dubbio che le ragioni della nostra vulnerabilità risiedano in un elevato debito pubblico. È senz’altro anche un problema di resistenza culturale: di relativa indulgenza delle nostre classi dirigenti nei confronti di teorieeconomiche prive di fondamento scientifico. Ad esempio, notoriamente si attribuisce al governo Monti – e alle sue politiche di restrizione fiscale – la responsabilità per l’aumento del rapporto debito/Pil, a partire dal 2012. Una tesi falsa, oltreché visibilmente tendenziosa. In un recente studio dell’Osservatorio, abbiamo dimostrato – attraverso un’analisi dei moltiplicatori – che senza quelle policy di consolidamento fiscale, deficit e costo del debito sarebbero esplosi, comportando un aumento del rapporto debito/Pil fino al 142 per cento nel 2018 (contro il 131 per cento effettivo).

E con ciò non si vuole necessariamente propugnare una politica dell’austerità e del rigore fiscale su basi puramente ideologiche: evidentemente, il denominatore (la crescita) ha eguale importanza. Ma è opportuno che si evitino politiche improduttive – specie sul lato della domanda – caratterizzate da incentivi a pioggia, ovvero improvvide riforme del sistema di imposizione fiscale (che pure va riformato, ma tenendo conto di principi di equità e tenuta della finanza pubblica). Politiche che se perseguite in maniera superficiale, ridurrebbero considerevolmente le nostre capacità di risposta a eventuali choc esterni: con effetti potenzialmente disastrosi. In questo senso, sono d’accordo, esiste un rilevante da errori nella gestione delle politicheeconomiche.

CARLO TORINO: Un ultimo aspetto sui temi del completamento dell’Unione bancaria. Apparentemente, l’intesa franco-tedesca accantona per il momento una forma di garanzia europea dei depositi, subordinandola a ulteriori progressi nel processo di riduzione dei rischi. Il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, ha dichiarato che significativi progressi sono già stati compiuti e che, in ogni caso, i processi di risk-sharing e risk-reduction sostanzialmente si autoalimentano. È peraltro nostro parere, che i target indicati in tema di riduzione degli NPLs – al di sotto del 5 per cento (in relazione al credito totale) – siano assolutamente irrealistici (per il nostro paese) e in ogni caso rischino di ingenerare effetti pro-ciclici.

CARLO COTTARELLICredo che misure quali l’introduzione di specifici coefficienti di concentrazione per le banche in relazioni ai titoli emessi dal rispettivo sovrano, siano al momento inappropriate, anche se introdotto gradualmente, perché potrebbero causare una crisi, non prevenirla. In tema di riduzione del rischio, credo che il miglior modo per ridurre il rischio sia ridurre il nostro rapporto tra debito pubblico e Pil. Questo deve essere fatto non solo per i “mercati” – talvolta intesi come oscure entità metafisiche –; ma perché avere conti in ordine in ultima analisi significa agire secondo principi di equità intergenerazionale. Le banche italiane hanno avviato ambiziosi progetti di pulizia dei bilanci, attraverso robusti aumenti di capitale, e oggi il sistema finanziario mostra un’invidiabile resilienza. Ma rimane ancora vulnerabile a improvvisi aumenti nello spread. Quanto accaduto lo scorso maggio, con la reazione dei titoli finanziari in borsa, mi pare sia ampiamente esemplificativo.

 

Commenti

Il Centro Studi è un luogo d’incontro e di confronto per quanti credono nel decisivo valore dell’impegno personale, sociale e culturale una zona franca libera da vincoli e dall’imposizione dei “pensieri dominanti”.

Newsletter