Belt and Road Initiative: Implicazioni Economiche e Riflessi Geopolitici
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Belt and Road Initiative: Implicazioni Economiche e Riflessi Geopolitici

Belt and Road Initiative: Implicazioni Economiche e Riflessi Geopolitici

Se sui temi del commercio internazionale Washington assume una postura in crescente misura muscolare, fidando in un approccio tattico-negoziale che ha nell’imprevedibilità nella sorpresa, i suoi elementi cardinali. Pechino, in totale distonia, persegue con pervicace risolutezza – e in continuità con la natura millenaria della sua tradizione –, un vasto disegno egemonico di matrice (almeno per il momento) essenzialmente geoeconomica, proteso verso i centri nevralgici della massa euroasiatica . Dall’Asia centrale e sud-orientale fino ai Balcani e all’Africa nordoccidentale; dalle insenature dello stretto di Malacca sino al Medio oriente; dalla diagonale Gibuti-Gwandar (nel Belucistan) sino a Hong- Kong, attraverso Myanmar e Cambogia.
Se a non pochi osservatori l’impero americano appare, in questo tumultuoso tornante della storia, del tutto privo di un’articolata visione strategica d’insieme – quella che Charles Hill, a lungo sodale di Henry Kissinger, in un suo affascinante libro definisce grand strategy –, la Cina di Xi Jinping sopporta tutto l’indefinibile peso del suo «destino manifesto», del “paradosso” connaturato alla sua incoercibile volontà di potenza. Essa non conosce – e per ragioni di assetto istituzionale interno: non vuole (e non può!) conoscere – alternative all’egemonia assoluta (economica, tecnologica, militare) del Celeste Impero.
E se l’America di Trump esibisce un assai mal celato disprezzo verso gli assetti multilaterali di un ordine globale che, a partire dal secondo dopoguerra, trovava nella fisiologia della Pax Americana, e nei principi della democrazia liberale, i suoi rassicuranti elementi fondativi; essa di fatto assume oggi la alquanto ossimorica funzione storica di «superpotenza revisionista». Laddove, al contrario, Pechino mira a forgiare nuove configurazioni di potere in ambito multilaterale che possano fungere da naturali moltiplicatori della sua potenza. Il gruppo ASEAN, la AIIB (Asian Infrastructure Investment Bank) – concreta alternativa alla Banca mondiale –, e ancora la Shanghai Cooperation Organization, oltre a costituire fisiologiche reazioni alla crescente irrilevanza del formato G-7 (come acutamente fa rilevare Jim O’Neill, neopresidente di Chatham House) incarnano la materiale volontà cinese di consolidare un primato geoeconomico regionale, e istituire un’articolata rete strategica di sfere di influenza di fatto impermeabile a ingerenze euroamericane.

The Plan: BRI e Proiezione Geostrategica

Un tale disegno di grandezza imperiale trova nell’iniziativa Belt and Road (BRI) – il «progetto del secolo», come definito Xi Jinping durante un’allocuzione nell’autunno del 2013 – la sua concreta incarnazione. Un imponente piano di sviluppo infrastrutturale contrassegnato da un’estensione e una penetrazione oggettivamente globali: con un valore di oltre 4 mila miliardi di dollari in investimenti, e il coinvolgimento di sessantotto paesi. In concreto, oltre il sessanta per cento della popolazione mondiale e circa il quaranta per cento delle Pil. Se, come il lettore avrà compreso, in linea teorica non v’è alcun dubbio che Pechino intenda utilizzare le leve dello sviluppo infrastrutturale e del credito, in regioni tradizionalmente meno evolute e finanziariamente vulnerabili, imponendo di fatto la sua triplice egemonia: culturale, strategica e commerciale. (Profondamente evocativa, a tal proposito, la retorica della «rigenerazione nazionale» incoraggiata dai vertici del Partito; suggestione nazionalistica che non manca di produrre i suoi effetti contribuendo a influenzare il vasto immaginario mitologico cinese, e stimolando un anelito nemesi per il «secolo dell’umiliazione»: un ideale ritorno al sogno dell’Impero di mezzo). Meno note sono, per contro, le strategie finanziarie attraverso le quali il gigante asiatico persegue ciò che il pensatore strategico indiano, Brahma Chellaney, tratteggia come elementi alla base di un grande unico disegno di «imperialismo creditizio».

Ma in concreto come si articolano tali strategie? E quali implicazioni nascondono per la sovranità e la sicurezza degli stati coinvolti? E ancora: vi sono interessi europei e americani in gioco minacciati dall’assertività geostrategica cinese? (naturalmente ve ne sono diversi e, come vedremo, tutti molto rilevanti). È opportuna una forma di cooperazione selettiva da parte dell’Occidente, ovvero un’azione di contenimento? È forse immaginabile una combinazione fra le due, anche riflettendo sulla presenza di mai sopite rivalità storiche e dispute territoriali fra i principali attori regionali? Si pensi all’India, radicalmente ntagonizzata dalla BRI: letteralmente cinta d’assedio dal Corridoio economico Cina-Pakistan (CPEC); ma anche al Giappone, e ancora all’ambito dei Four-way talks (USA-India-Giappone-Australia), noto anche come Quad. In un tale quadro di frammentazione politica e assoluta fluidità negli equilibri regionali, qual è la posizione dell’Unione europea? È in grado di mostrare coscienza di una sia pur minima soggettività geopolitica? E in che modo, soprattutto? In un suo recente intervento per l’Economist, Marta Dassù – direttrice della sezione italiana di Aspen Institute e viceministro degli Esteri durante il governo Monti –, ha sollevato comprensibili perplessità in relazione al rischio, talora fin troppo tangibile, di forgiare improvvide intese con la Cina in funzione essenzialmente antiamericana. Monito perfettamente condivisibile, e specie in una fase storica ove alla progressiva disgregazione del centro politico si contrappone l’ascesa elettorale di movimenti antisistema di matrice populista, e la seduzione di un nazionalismo intriso di motivi etnico-identitari.

BRI: Risposta Esterna a Problemi Interni

In primo luogo, occorre notare come nelle intenzioni delle autorità cinesi la BRI costituisca effettivamente una risposta a due fondamentali problemi strutturali dell’economia domestica: l’enorme capacità in eccesso (overcapacity), e l’imperativo innegoziabile di mantenere elevati tassi di crescita sostenendo l’export. I progetti di sviluppo infrastrutturale si articolano dunque su due tronchi complementari: una nuova Via della seta marittima, dal mare della Cina meridionale attraverso l’oceano indiano, fino al Mediterraneo orientale. E una componente overland: cintura economica di collegamenti terrestri che dall’Asia sud-occidentale penetra fino al cuore dell’Eurasia. È peraltro opportuno non sottovalutare l’esistenza di una per così dire terza dimensione del piano: e cioè quella essenzialmente connessa allo sviluppo di importanti infrastrutture digitali lungo le aree coinvolte. Il crescente utilizzo di tecnologie legate ll’intelligenza artificiale (AI), ad esempio, costituisce un fattore di non secondaria rilevanza in un contesto di crescente competizione regionale, e lascia emergere significativi interrogativi in relazione a concrete esigenze di tutela e protezione nel trattamento di dati sensibili, prevenzione di attacchi informatici e spionaggio industriale. Ancora un’ulteriore osservazione è opportuna a proposito del modello operativo impiegato nei progetti sviluppo. In un recente documento pubblicato dal Center for strategic and international studies (CSIS), e reso oggetto di un’audizione di fronte al Congresso, Jonathan E. Hillman sottolinea come su oltre 2200 progetti connessi ai trasporti (autostrade, stazioni per l’alta velocità, reti energetiche, porti commerciali: ma non di rado dual-use, eventualmente anche militare), e finanziati da entità cinesi – sovente banche in maggioranza a controllo pubblico, società statali, conglomerati ncentivati da sussidi e garanzie: e nondimeno il governo stesso, in una logica di prestiti bilaterali sovereign-to-sovereign o sovereign-backed –, l’89 per cento veda operare per la realizzazione società cinesi, e viceversa solo il 3,4 per cento società straniere (di nazionalità diversa dal paese che ospita i lavori). La proporzione non a caso viene a stravolgersi quando a finanziare il progetto siano istituti finanziari di sviluppo multilaterali (MDBs – multilateral development banks), come la Asian development bank. Ebbene in tali casi – per la verità sempre più rari –, solo il 29 per cento dei progetti viene attribuito a società appaltatrici cinesi, mentre oltre il 40 per cento viene destinato a soggetti locali, e ben oltre il trenta in favore di gruppi esteri. Esistono inoltre fondati timori in relazione ai livelli di trasparenza nei processi di aggiudicazione dei lavori che in concreto rendono talvolta impossibile (o eccessivamente rischioso) per le imprese occidentali competere per i progetti più importanti. Sempre meno frequenti peraltro i casi di joint venture con partner locali: come si sarà intuito, a causa di oggettivi rischi per il trasferimento di proprietà intellettuali; benché tutt’altro che trascurabili si rivelino le perplessità in ordine al sistema giudiziario: molti contratti prevedono infatti, in caso di controversia, il ricorso a tribunali cinesi piuttosto che ai tradizionali organismi di arbitrato internazionale. Ma non sorprende come a suscitare le maggiori apprensioni di osservatori ed esperti (l’ormai celebre cercle dei China watchers) – fra le cui file annoveriamo il Fondo monetario internazionale –, sia l’eccessivo utilizzo della leva finanziaria. E a più forte ragione, laddove ad essere implicati vi siano stati contraddistinti da equilibri di finanza pubblica alquanto precari: lasciando emergere legittimi timori in ordine alla sostenibilità dei debiti pubblici e ai saldi esteri (balance of payment). Così, le recenti attenzioni mediatiche delle quali è stato suo malgrado reso oggetto il Pakistan, tormentato da una crisi valutaria che non accenna a ridursi d’intensità, costituiscono un classico esempio di squilibrio esterno, alimentato da un eccessivo ricorso all’indebitamento in valuta estera. Non del tutto dissimile per natura da quanto nelle ultime settimane affligge la Turchia: e per ragioni insieme analoghe e diverse. 

L’assertività geoeconomica di Pechino costituisce un aspetto che deve indurre le capitali occidentali ad una seria riflessione strategica nei confronti della superpotenza asiatica. Occorre così partire da una considerazione di fondo, e cioè che l’Asia necessita di oltre 26 mila miliardi di investimenti in nfrastrutture, fra il 2018 e il 2030, se intende mantenere un tasso di crescita medio del 6 per cento (dati della Asian development bank). Nonostante la Cina per ragioni storiche e per una peculiare concezione filosofica tenda a ragionare per sfere di influenza, e sposi una concezione per così dire quasi feudale delle relazioni internazionali (almeno nel continente da essa dominato), è tutt’altro che invulnerabile. E la postura in crescente misura intransigente dell’amministrazione americana sulle questioni del commercio, ha contribuito a metterne a nudo le oggettive vulnerabilità che il regime – comprensibilmente preoccupato per le ricadute sulla sua tenuta interna – dissimulava dietro l’opprimente coltre della propaganda ufficiale e un attento controllo dell’opinione pubblica. Ciononostante, da parte europea (e per conseguenza italiana) è auspicabile evitare atteggiamenti di radicale antagonismo: la BRI presenta infatti enormi opportunità di sviluppo per il nostro tessuto industriale, e costituisce un interessante via di sbocco per il nostro export attraverso l’accesso a mercati caratterizzati da straordinari tassi di crescita. D’altra parte, la prospettiva dell’interesse nazionale muterà non poco quando in discussione vi saranno investimenti cinesi sul territorio italiano, specie in relazione a infrastrutture potenzialmente strategiche. Non è certo un mistero che la presenza di capitali asiatici nel Sud Italia vada intensificandosi a ritmi formidabili, e in particolar modo nelle infrastrutture connesse alla logistica. Basti ricordare i piani di sviluppo – e le contestuali trattative con le banche creditrici – dell’Interporto campano (non certo un polo secondario per dimensioni e posizionamento geografico strategico). Sarà interessante conoscere le aspettative del governo cinese, in occasione della prossima missione del ministro  dell’Economia e delle Finanze, che avrà presumibilmente per oggetto una discussione in merito alla possibilità di un maggiore coinvolgimento del regime nell’acquisto di titoli di Stato italiani. Sarebbe alquanto sorprendente che non vi fossero richieste verso una maggiore apertura e contendibilità del nostro sistema industriale: benché si ricorderà che società pubbliche cinesi sono già titolari di significative quote di controllo in asset strategici nazionali. Si pensi a Cdp Reti, la quale controlla gli investimenti partecipativi in SNAM, Terna e Italgas, e che ospita nella sua compagine azionaria il gruppo a controllo pubblico State-Grid Corporation of China con il 35% del capitale. Ma non si dimentichi Ansaldo energia, controllata da Cdp Equity e insieme dal gruppo Shanghai Electric.

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