Come sta l’economia mondiale a 10 anni dal crack di Lehman Brothers
Blog / Economia / in Evidenza / Come sta l’economia mondiale a 10 anni dal crack di Lehman Brothers
Come sta l’economia mondiale a 10 anni dal crack di Lehman Brothers

Come sta l’economia mondiale a 10 anni dal crack di Lehman Brothers

BlogEconomiain Evidenza

A dieci anni dal crack di Lehman Brothers il mondo si interroga sulle conseguenze a lungo termine della crisi finanziaria del 2008. E, dati alla mano, anche sulla situazione attuale. L’andamento del prodotto interno lordo – che è anche una misura del reddito generato dall’economia – mostra quanto sia stato lento il recupero dei livelli precrisi: quattro anni negli Stati Uniti, cinque in Gran Bretagna, sei in Giappone. In Europa la crisi ha cominciato a mordere con un ritardo di un anno, ma l’Eurozona ha poi vissuto una seconda recessione: solo nel 2014 il suo pil è tornato in modo stabile sopra i livelli del 2008. La media europea nasconde però due eccezioni rilevanti: la produttiva Germania non ha vissuto la seconda crisi, l’Italia è ancora sprofondata nella palude del post-crisi: il suo pil, sempre in termini reali, è inferiore del 5,5% a quello del 2007.

Le spese per gli investimenti sono cadute rapidamente dopo una crisi finanziaria che ha prosciugato i flussi di finanziamento. E la ripresa non è stata significativa né omogenea: nel 2016, gli Usa hanno realizzato investimenti superiori a quelli del 2007 del solo 3,7% (pari a una crescita media nel dopo crisi dello 0,4%) , mentre l’Eurozona, Francia e Italia erano nel 2017 ancora molto al di sotto (del 23% nel nostro paese). Se si tiene conto che gli investimenti fissi, anche se sono ormai meno importanti di quelli in capitale umano, sono destinati ad aumentare la produttività, diventa chiaro quanto questo ritardo crei difficoltà. Sole eccezioni, tra le grandi economie, sono la Germania (dove la crescita media è stata dell’1,3% nell’intero periodo) e la Gran Bretagna (+0,8%).

Anche l’accesso al credito è una cartina al tornasole decisiva, senza però dimenticare che i livelli pre crisi ritraevano una sovrabbondanza di credito. La Banca dei regolamenti internazionali di Ginevra ha indicato nella distanza tra il rapporto crediti alle imprese e pil e il suo trend di lungo periodo (l’andamento depurato dalle oscillazioni cicliche) una misura per valutare la vulnerabilità del sistema creditizio. Da questo indicatore emerge che in Usa e Gran Bretagna il credito era sicuramente un po’ surriscaldato (il gap ha raggiunto rispettivamente i 12,5 e gli 11,3 punti percentuali) ma non certamente ai livelli di Spagna (42) e Irlanda (87,6, ma nel 2010) o anche della Grecia (26,1). La sorpresa è nei gap post-crisi, pesantemente negativi: anche se la costruzione (statistica) del trend può trascinare con sé i più alti valori del passato, la distanza è enorme. Eccezione “sana” a questi andamenti, ancora una volta, quella della Germania.

Meno credito, meno investimenti: non è una sorpresa il fatto che la produttività sia decisamente rallentata: cresce a una velocità più bassa. Il vero nodo del dopo crisi, in realtà, è tutto qui: alla produttività sono infatti legate le retribuzioni reali e quindi il benessere (economico) delle persone. La frenata ha avuto un’intensità diversa da paese a paese ma, nei dati Ocse, è evidente dovunque. Eccezione, in questo caso, l’Italia, ma in senso negativo: nel nostro paese il pil per ora lavorata ha ridotto la sua velocità già nel ’99, rispetto agli anni precedenti (1970-1998). Da un aumento medio annuo del 2,3% si è passato a uno dello 0,1% (nel grafico, l’andamento italiano oscilla attorno a una linea orizzontale), segno che i problemi italiani vengono da lontano.

Daniele Dell'Orco
Daniele Dell'Orco

Daniele Dell’Orco è nato nel 1989. Laureato in Scienze della comunicazione presso l’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”. È direttore editoriale dei magazine online Cultora e Nazione Futura. È stato editorialista per La Voce di Romagna e dal 2015 è collaboratore del quotidiano Libero. Ha scritto “Tra Lenin e Mussolini: la storia di Nicola Bombacci” (Historica edizioni) e “Non chiamateli kamikaze“ (Giubilei Regnani). Dal 2015 è co-fondatore e responsabile dell’attività editoriale di Idrovolante Edizioni.

Commenti

Newsletter

Articoli Recenti

Il Centro Studi è un luogo d’incontro e di confronto per quanti credono nel decisivo valore dell’impegno personale, sociale e culturale una zona franca libera da vincoli e dall’imposizione dei “pensieri dominanti”.

Newsletter