Quei pregiudizi che non permettono la regolamentazione delle lobby
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Quei pregiudizi che non permettono la regolamentazione delle lobby

Quei pregiudizi che non permettono la regolamentazione delle lobby

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L’Italia presenta un fortissimo ritardo culturale nell’accettazione del fenomeno del lobbying, considerato una forma di inquinamento alla vita democratica, per via della mancanza di regolamentazione: infatti se svincolato da un sistema di controllo e rendicontazione, genera inevitabilmente fenomeni corruttivi; al contrario, se inserito all’interno di un contesto normativo che impone trasparenza, rendicontazione, ma soprattutto partecipazione, allora non solo non sarà un fattore inquinante, ma acquisterà piena legittimità, andando ad assumere un ruolo di fondamentale importanza nella vita democratica.

Fin dagli anni Settanta si sono succedute innumerevoli proposte di legge, prodotte dal Parlamento o presentate da vari governi di diverso colore, ma con risultati pari a zero. La nuova legislatura dovrà affrontare il tema. Sono almeno due le ragioni che rendono ancora più necessario, rispetto al passato, un intervento efficace sull’attività di lobby. Prima di tutto, in assenza di qualsiasi normativa nazionale di riferimento, organismi istituzionali centrali (ad esempio la Camera dei Deputati o lo stesso ministero dello Sviluppo Economico) e regionali (Toscana e Calabria le prime) hanno prodotto regolamenti o normative settoriali che spesso partono da presupporti e sviluppano direttive disuguali e contrastanti. In secondo luogo l’introduzione del reato di traffico di influenze, avvenuto nel 2012, ha creato situazioni di interpretazioni difformi e contrastanti, alimentate dall’assenza di una norma che stabilisca in cosa consiste effettivamente l’attività di lobby.

La mancanza di trasparenza negli incontri tra istituzioni e gruppi di pressione è per la verità una caratteristica comune a 22 Stati Ue su 28. Fanno eccezione solo Austria, Irlanda, Lituania, Polonia, Regno Unito e Slovenia. Solo in un caso su cinque esiste un codice etico di comportamento per i lobbisti. In assenza di interventi legislativi, nel 31% dei Paesi società civile e unioni di lobby hanno avviato un percorso di autoregolamentazione. L’Italia è ferma a questo stadio, in compagnia di Lettonia, Repubblica Ceca, Spagna e Svezia. Non c’è neppure un codice di autoregolamentazione in Belgio, Bulgaria, Cipro, Estonia, Grecia, Lussemburgo, Malta, Portogallo, Slovacchia e Ungheria.

Il 26 aprile 2016 la giunta per il regolamento di Montecitorio ha approvato la Regolamentazione dell’attività di rappresentanza di interessi nella Camera dei deputati. Mentre a settembre 2017 il ministro per lo Sviluppo economico, Carlo Calenda, ha lanciato un registro per la trasparenza: “gli interlocutori del Mise” devono iscriversi in un registro che conta oltre 500 soggetti. Ma è ancora troppo poco.

Una maggiore partecipazione del lobbying nel processo decisionale, se accompagnato da un’adeguata regolamentazione in materia e da comportamenti virtuosi dei singoli lobbisti, diminuirebbe in maniera consistente la distanza tra la politica e la società civile.

Daniele Dell'Orco
Daniele Dell'Orco

Daniele Dell’Orco è nato nel 1989. Laureato in Scienze della comunicazione presso l’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”. È direttore editoriale dei magazine online Cultora e Nazione Futura. È stato editorialista per La Voce di Romagna e dal 2015 è collaboratore del quotidiano Libero. Ha scritto “Tra Lenin e Mussolini: la storia di Nicola Bombacci” (Historica edizioni) e “Non chiamateli kamikaze“ (Giubilei Regnani). Dal 2015 è co-fondatore e responsabile dell’attività editoriale di Idrovolante Edizioni.

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