Il pestaggio di Palermo e la violenza politica “giustificata” che ci riporta indietro di quarant’anni
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Il pestaggio di Palermo e la violenza politica “giustificata” che ci riporta indietro di quarant’anni

Il pestaggio di Palermo e la violenza politica “giustificata” che ci riporta indietro di quarant’anni

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In Italia, evidentemente, è diventato difficile scindere la violenza “sociale” da quella “politica”. Perché se un membro delle istituzioni come Laura Boldrini, può permettersi di andare in tv nello “scontro” (pur senza scintille) con Salvini e rimproverarlo delle offese e delle ingiurie che le avrebbe provocato con la sua retorica, poi non si capisce come mai quando le parole diventano fatti, come nel caso del brutale pestaggio del Responsabile provinciale di Palermo di Forza Nuova, al malcapitato di turno tocchi solo un po’ di dispiacere, nemmeno così palese. Un episodio che fa da contraltare al caso di Luca Traini, autore di una sparatoria con dei bersagli ben identificati (immigrati nigeriani) ma considerato un sicario dei politici intolleranti anziché un criminale comune.

Ecco allora che la violenza “sociale” diventa “politica” e quella “politica” diventa “reazione”. Giocando allo stesso gioco messo in atto dalla Boldrini e dal suo schieramento politico, si dovrebbe pensare che, settimane di terrorismo psicologico, con continui attacchi più o meno diretti alla presunta minaccia fascista che starebbe paralizzando il Paese uniti alla totale assenza di argomentazioni reali su cui fondare la campagna elettorale, abbiano creato un clima di violenza “in potenza” che sta diventando “in atto” giorno dopo giorno. Perché picchiare selvaggiamente in dieci contro uno un cittadino italiano (che potrà pure essere un membro di Forza Nuova, ma per quanto ne sappiamo ha un’attività lavorativa, ha il diritto di voto, la libertà di opinione e soprattutto paga le tasse), filmandolo con lo smartphone e rivendicandolo come facevano i brigatisti è non solo un atto di per sé vile, ma pure un attentato, questo sì, alla democrazia. Tutta.

Da delle istituzioni degne di questo nome ci si aspetterebbe una pubblica condanna, o pestare un militante di Forza Nuova non è più reato? Come non lo è aggredire (verbalmente, ma solo grazie all’aiuto della scorta) una Giorgia Meloni che in Parlamento rappresenta già dei cittadini italiani, e che quindi non si capisce perché non debba avere il diritto costituzionale di esprimersi in campagna elettorale in qualunque piazza d’Italia? O come non lo è utilizzare termini come “stanare” Simone Di Stefano di CasaPound che deve avere cura di non comunicare troppo presto la sede di un comizio a Torino per paura di agguati? Una repressione di stampo politico indegna di qualsiasi democrazia, “giustificata” in qualche modo dal gesto di Traini, che ironia della sorte però non viene considerato un criminale comune, bensì il braccio armato della mala-politica. Lui…

Daniele Dell'Orco
Daniele Dell'Orco

Daniele Dell’Orco è nato nel 1989. Laureato in Scienze della comunicazione presso l’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”. È direttore editoriale dei magazine online Cultora e Nazione Futura. È stato editorialista per La Voce di Romagna e dal 2015 è collaboratore del quotidiano Libero. Ha scritto “Tra Lenin e Mussolini: la storia di Nicola Bombacci” (Historica edizioni) e “Non chiamateli kamikaze“ (Giubilei Regnani). Dal 2015 è co-fondatore e responsabile dell’attività editoriale di Idrovolante Edizioni.

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