Cos’è Black Axe: la mafia nigeriana che tiene sotto scacco sette regioni italiane
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Cos’è Black Axe: la mafia nigeriana che tiene sotto scacco sette regioni italiane

Cos’è Black Axe: la mafia nigeriana che tiene sotto scacco sette regioni italiane

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È un gruppo potente e spietato che si chiama Black Axe. Ha tentacoli ovunque, si organizza su base locale e agisce con efferata violenza, pretendendo dai suoi membri l’ottusa fedeltà che si deve a una setta. La mafia nigeriana esiste, fa affari, offre “servizi” e sa mettere radici ovunque, dalla Sicilia fino al Giappone passando per il Canada e il Sudamerica.

Come riporta Giovanni Basso su Il Giornale, la più temibile tra le organizzazioni rampanti della criminalità africana è la Black Axe. Nasce alla fine degli anni ’70 come confraternita religiosa all’interno dell’università di Benin, capitale dello Stato di Edo nel sud della Nigeria. Si evolve come la più potente e strutturata delle mafie, modellando una struttura transnazionale tanto agile quanto feroce.

Coniugano, i mafiosi nigeriani, l’innovazione dei nuovi business di internet alla tradizione di un sistema di reclutamento ferocissimo. Dall’impostazione di gruppo universitario, infatti, mantiene il carattere della cooptazione. Non ci si arruola nella Black Axe. E’ la Black Axe che sceglie i suoi membri. E non ci si può opporre. Pena, ricatti e sofferenze inenarrabili come quelle subite e scoperte a Palermo da un giovane africano, violentato con un tubo di ferro, perché non voleva servire la malavita.

Hanno come simbolo un’ascia nera (da cui prendono il nome) che spezza le catene che stringono i polsi di uno schiavo. E’ organizzata in zone, templi e forum, questi ultimi sparsi qua e là per il mondo. Nei forum si raccolgono gli esponenti della Black Axe sui territori extranazionali.

I rami d’azienda sono tantissimi. Dalla prostituzione, gestita con la complicità delle maman che tengono sotto scacco le ragazze con la minaccia del juju ovvero di maledizioni vudù, fino al traffico di esseri umani e al business dei matrimoni di convenienza. Negli ultimi tempi le consorterie africane hanno conquistato un posto importante nello spaccio internazionale di droga. Secondo la relazione della Direzione Centrale per i Servizi Antidroga, i nigeriani hanno piantato diverse bandierine in Colombia e in altre aree del Sudamerica. Da qui gestiscono l’acquisto e la spedizione di cocaina che avviene tramite gli “aviocorrieri”, ossia dei poveri disgraziati a cui vengono fatti ingerire gli ovuli con la droga. Da questa posizione riescono a tessere alleanze con le mafie tradizionali.

Il rapporto degli esperti spiega come l’organizzazione si sia gradualmente trasformata da «gregaria» a «dominante»: se infatti fino al 2010 (l’anno della tristemente nota rivolta di Rosarno) le bande nigeriane, per poter «lavorare», dovevano pagare il pizzo alle mafie autoctone (camorra, cosa nostra e ‘ndrangheta), da quel momento in poi assistiamo a un «progressivo affrancamento caratterizzato da un modus operandi connotato da inaudita violenza». Risultato: in regioni come Lazio, Campania, Calabria, Sicilia, Puglia, Piemonte, Veneto i nuclei storici della mafia nigeriana assumono un ruolo egemone, monopolizzando in importanti città (Torino, Verona, Bologna, Roma, Macerata, Napoli, Palermo, Bari, Caserta) i mercati dediti a prostituzione, spaccio di droga, traffico di armi, usura, racket delle scommesse, tratta dei migranti e perfino truffe on line.

Daniele Dell'Orco
Daniele Dell'Orco

Daniele Dell’Orco è nato nel 1989. Laureato in Scienze della comunicazione presso l’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”. È direttore editoriale dei magazine online Cultora e Nazione Futura. È stato editorialista per La Voce di Romagna e dal 2015 è collaboratore del quotidiano Libero. Ha scritto “Tra Lenin e Mussolini: la storia di Nicola Bombacci” (Historica edizioni) e “Non chiamateli kamikaze“ (Giubilei Regnani). Dal 2015 è co-fondatore e responsabile dell’attività editoriale di Idrovolante Edizioni.

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