L’Italia che dice no al nucleare ma che spedisce soldati in Niger a difendere quello francese
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L’Italia che dice no al nucleare ma che spedisce soldati in Niger a difendere quello francese

L’Italia che dice no al nucleare ma che spedisce soldati in Niger a difendere quello francese

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Pur riunitasi in fretta e in furia nonostante la fine della legislatura (a riprova del fatto che in Italia la burocrazia elefantiaca esiste solo quando fa comodo) la Camera ha approvato la missione militare in Niger. Non è una novità, come non lo sono le funzioni che i 470 soldati italiani dovranno compiere nella regione del Sahel (che comprende zone del Mali, del Ciad, del Burkina Faso, della Mauritania e appunto del Niger): controllo dei confini, come il pattugliamento della zona al confine con la Libia, bloccando così i trafficanti che cercano di raggiungere il Paese nord africano, e addestramento delle forze nigerine al contrasto efficace del traffico di migranti gestito, insieme alla droga e alle armi, dalle forze jihadiste presenti sul territorio. Ma è noto anche che il contingente italiano sarà complementare ai comandi delle forze che la Francia ha schierato nel Sahel non tanto per “combattere il terrorismo” quanto per difendere i propri interessi – soprattutto le miniere di uranio vitali per il fabbisogno energetico francese, che per  il 75% è soddisfatto da centrali nucleari.

Se fosse una barzelletta ci sarebbe da ridere, ma purtroppo è tutto vero. Il nostro paese si è espresso con un referendum per impedire che venissero costruite centrali nucleari. Una pronuncia per la verità comunque tardiva, dacché una seria politica energetica che prevedesse anche l’utilizzo dell’energia nucleare sarebbe dovuta partire 20 anni fa, non certo nel 2011. Ma la questione di principio resta. Noi siamo contrari al nucleare, ma compriamo il 15% della nostra elettricità da Paesi che la producono grazie alle centrali nucleari, e la quota di maggioranza arriva da dove? Dalla Francia. In sostanza, con la scusa dell’esercito di difesa europeo Macron costringe l’Italia ad andare a difendere le sue miniere di uranio per assicurarci l’approvvigionamento di elettricità, che comunque poi pagheremo.

La seconda barzelletta riguarda l’instabilità delle regioni centro e nord-africane. In pratica, con la caduta dello Stato Islamico in Siria e in Iraq il grosso degli jihadisti non è scomparso. Come succede a tutte le organizzazioni terroristiche da trent’anni a questa parte, non vengono mai distrutte. Anche quando perdono, si trasformano. E così i nuovi avamposti degli integralisti islamici diventano le regioni più instabili del pianeta: il Caucaso (in funzione anti-russa), i Balcani (dove i nostri militari sono ancora presenti) e il Sahel, appunto. Perché il Niger, neocolonia francese non da ieri, stabile non lo è mai stato.

In genere la politologia internazionale lo classifica come “anocracy”, traducibile in “democratura”, cioè un regime traballante che mescola tratti democratici a tratti autoritari, e in ragione della sua inefficienza genera sollevazioni. La più pericolosa per l’unità nazionale tra il 2007 e il 2009riunì varie popolazioni nomadi del nord, in gran parte tuareg, in un “Mouvement des Nigeriens pour la justice” connotato da un aspro risentimento anti-francese (chiedeva la revisione delle concessioni sull’uranio, poi avvenuta, e controlli sulle scorie radioattive). Negli anni successivi si sono aggiunte per successive metamorfosi formazioni jihadiste transfrontaliere (al-Qaeda, Boko Haram, Mujao), che l’esercito del Niger, 12mila effettivi guidati da consiglieri militari francesi, fatica a contenere.

Che il Niger sia una polveriera, insomma, non lo si scopre certo oggi. Quello che invece resta del tutto sconosciuto è il motivo per cui l’Italia dovrebbe andare a difendere i confini tra il Sahel e la Libia, diventata il corridoio del traffico di uomini e guerriglieri dall’Africa centrale, dopo che a premere forte per rovesciare il regime di Gheddafi, con cui l’Italia aveva accordi, e condannare la Libia alla stessa instabilità del Niger sia stata proprio la Francia di Sarkozy. In sostanza chi ha creato dei problemi all’Italia ora chiede all’Italia di andare a risolverli. A sue spese.

Tutto molto divertente, peccato che non ci sia nulla da ridere.

Daniele Dell'Orco
Daniele Dell'Orco

Daniele Dell’Orco è nato nel 1989. Laureato in Scienze della comunicazione presso l’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”. È direttore editoriale dei magazine online Cultora e Nazione Futura. È stato editorialista per La Voce di Romagna e dal 2015 è collaboratore del quotidiano Libero. Ha scritto “Tra Lenin e Mussolini: la storia di Nicola Bombacci” (Historica edizioni) e “Non chiamateli kamikaze“ (Giubilei Regnani). Dal 2015 è co-fondatore e responsabile dell’attività editoriale di Idrovolante Edizioni.

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