Dopo il Russiagate, un nuovo capitolo dell’ossessione antirussa dell’Occidente
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Dopo il Russiagate, un nuovo capitolo dell’ossessione antirussa dell’Occidente

Dopo il Russiagate, un nuovo capitolo dell’ossessione antirussa dell’Occidente

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Il 2017 che sta terminando si è caratterizzato come uno degli anni più “russofobi” dalla fine della (prima) guerra fredda. Le colonne dei nostri giornali e i servizi dei nostri tg sono stati a lungo occupati dalle notizie sul Russiagate, un presunto scandalo che vuol vedere la mano del Cremlino dietro l’elezione di Donald Trump, un’inchiesta fondata sul nulla, ma che rende bene l’idea del clima psicotico che i “falchi” antirussi vogliono imporre all’opinione pubblica, per impedire una distensione dei rapporti tra Usa e Russia. Distensione che invece sia Trump che Vladimir Putin sembrano intenzionati a perseguire (ne sono prova le azioni coordinate delle aviazioni russa e americana in Siria e la collaborazione della Cia con Mosca nello sventare un attentato terroristico preparato da una cellula jihadista in Russia).

Da qualche giorno, però, all’ossessione russofoba dell’Occidente si è aggiunto un nuovo capitolo: l’esclusione di Alexei Navalny, oppositore di Putin, dalla corsa alle prossime elezioni presidenziali. E via con la campagna mediatica che dipinge il presidente russo come un autocrate e un tiranno, via con i moniti dell’Unione Europea, per bocca di Maya Kocijancic, la portavoce della “ministra” degli Esteri comunitaria Federica Mogherini (la “laica” che invece trova perfettamente normale presentarsi velata al cospetto delle autorità iraniane).

Certo, Putin non è uno stinco di santo e la Russia non è una democrazia liberale perfettamente pluralista (le nostre lo sono?). Ma forse qualcuno dei nostri giornalisti “liberi” vi ha spiegato chi è Navalny, che Repubblica definisce «l’unico credibile oppositore» di Putin?

Eppure le informazioni su quest’uomo non sono molto difficili da reperire. Il quarantunenne attivista che un’organizzazione per la salvaguardia dei diritti umani legata a doppio filo agli Usa, nel 2013, considerava un «prigioniero politico», non è altro che un nazionalista russo, marcatamente suprematista, finanziato da un’organizzazione, il National Endowment for Democracy, che è una specie di residuato bellico del conflitto Usa-Urss, una creatura messa a punto direttamente dal Congresso degli Stati Uniti. L’obiettivo dichiarato del NED è, ovviamente, quello di promuovere la democrazia nel mondo; per farlo, questo ente stipendia lautamente intellettuali, accademici e politici, oltre ovviamente a sostenere finanziariamente l’impegno degli oppositori ai leader sgraditi a Washington.

Cosa sarebbe successo a parti invertite? Non dobbiamo fare un grosso sforzo di immaginazione. In America il solo sospetto che il presidente Trump potesse aver stretto contatti (perfettamente legittimi) con uomini vicini a Mosca ha scatenato una caccia alle streghe che ha, come precedente più ridicolo, soltanto l’indagine sulla stagista sexy che Bill Clinton ospitava nello Studio Ovale. In Italia, da mesi Lega e Movimento 5 Stelle devono discolparsi dall’accusa di aver ricevuto fondi da ambienti che gravitano attorno al Cremlino. Alcuni media americani hanno pensato bene anche di spiegarci che i russi hanno interferito e interferiranno con le campagne elettorali italiane. Il rischio di “fake news” russe ha caratterizzato persino le ultime fasi della campagna elettorale in Germania. Insomma, sembra proprio che le élite morenti dell’Occidente, come estremo tentativo di salvezza, stiano fabbricando uno spauracchio cui attribuire le responsabilità dei propri insuccessi.

Allora perché, nel nome della democrazia e del pluralismo, il presidente Putin dovrebbe accettare senza fiatare che gli americani prezzolino Navalny? La Russia non ha diritto a essere libera da interferenze esterne? Perché i russi devono essere messi sotto pressione da Ong collegate ai “falchi” statunitensi? Perché devono tollerare che la Nato continui a espandersi verso est? Perché devono sopportare un regime di sanzioni imposte dalla Ue a causa di una guerra, quella in Ucraina, innescata da una “rivoluzione colorata” che, come le primavere arabe, reca l’inconfondibile firma della Casa Bianca (allora guidata da Barack Obama e dal Segretario di Stato Hillary Clinton)? E perché i media occidentali si stracciano le vesti quando ci descrivono l’operato di fantasmagorici “hacker russi”, mentre non si accorgono non dico che Navalny è una pedina dei fautori della seconda guerra fredda, ma almeno che è a tutti gli effetti un fascista e un razzista, sostenitore di un nazionalismo a forte impronta etnica? A Repubblica i fascisti fanno paura solo quando vivono a Ostia?

Vi dirò di più. Il presunto eroe dell’opposizione anti-Putin è noto a circa il 55% della popolazione russa e, di quelli che lo conoscono, solo il 18% sosterrebbe la sua campagna presidenziale “assolutamente” o “probabilmente”. Un po’ poco per insidiare il pericoloso autocrate che siede oggi al Cremlino.

Sperando che il 2018 ci porti un passo più vicini a una distensione dei nostri rapporti con la Russia, che farebbe bene alle esportazioni delle nostre imprese come alla lotta al terrorismo islamico, auguro a tutti voi un felice e propizio anno nuovo.

Alessandro Rico
Alessandro Rico

Alessandro Rico (L'Aquila, 1991), laureato con lode in filosofia all'Università La Sapienza di Roma, è dottorando di ricerca in Political Theory alla LUISS Guido Carli. Collabora con il quotidiano 'La Verità'. Nel 2017 è stato coautore di 'La fine della politica?', edito da Historica.

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