L’Italia che non va al mondiale è lo specchio di un Paese che sogna il futuro ma vive nel passato
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L’Italia che non va al mondiale è lo specchio di un Paese che sogna il futuro ma vive nel passato

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Con Gian Piero Ventura ct l’Italia, e tutto il calcio italiano, avrebbero dovuto inaugurare un nuovo ciclo. Invece dopo le disfatte mondiali post 2006, il tecnico genovese riesce a portare la Nazionale a toccare il suo punto più basso: non partecipare alla Coppa del Mondo per la seconda volta nella sua storia. Il ritorno con la Svezia, dopo la vergogna di Solna, è un calvario. Ogni offensiva improvvisata dagli azzurri viene accompagnata dalla disperazione dei 70mila di San Siro che, tanto per mettere le cose in chiaro, fischiano il ct al momento della lettura delle formazioni. Sono in preda al panico, come i giocatori in campo. Ché sono italiani al pari del popolo che rappresentano. La foga, allora, è quella di chi sa che una Nazionale fuori dal mondiale non dovrebbe esistere. Gli appoggi sbagliati, i cross fuori misura, gli arrembaggi non-sense non hanno nulla di tattico, nulla di preparato. Nulla della sbandierata filosofia di gioco di mister Libidine. L’era Ventura, di fatto, è durata un anno. Fino al ko con la Spagna. Da due mesi l’Italia funziona per inerzia. Spesso male. Stavolta benino, ma quando è troppo tardi. Il modulo lo scelgono i senatori; a dover salvare la Patria sono giocatori che prima del playoff Ventura aveva fatto giocare sì e no qualche quarto d’ora; l’avversaria, una volta di più, si mostra mediocre. I cambi vengono scelti a caso.
Il ct lo sa. Passeggia con le mani in tasca, quelle che oggi non si riempiranno del mezzo milione di premio qualificazione. Si limita a imprecare sulle decisioni dell’arbitro (il suo forte!) e a disperarsi per le occasioni mancate. Un po’ quello che fa dalla tv ogni allenatore da divano.

Nel suo contratto, rinnovato fino al 2020 prima del tempo, c’è una clausola di rescissione in caso di mancata qualificazione. Ma non serve nemmeno consultare le carte per capire che il suo destino, ovviamente, è lontano dall’azzurro. Ma Ventura, in tutto ciò, è quasi una vittima. A 69 anni non hai mai concluso nulla e ti propongono la Nazionale. Devi accettare per forza. Consapevole che fallendo sarai non solo finito (chi lo chiama più?) ma ora pure bollato per sempre. Chiunque siano i colpevoli, Ventura paga solo la presunzione di chi perde contatto con la realtà persino in terza età.

Un’Italia fuori dal mondiale significa un danno incommensurabile per il mercato che vi gira intorno. Un business, quello del calcio, che fattura 3,7 miliardi di euro l’anno e che genera un giro d’affari ben più ampio, stimato in 13 miliardi. E se si considera, poi, come l’industria che maggiormente si occupa di esportare il “brand Nazionale”, un suo bilancio negativo si riflette inevitabilmente anche sul turismo, sulle tv, sul merchandising. Non in ultimo, sull’export.

Dei dati da non sottovalutare, soprattutto per il loro l’impatto sull’economia nazionale, come dimostrano gli aumenti del PIL registrati immediatamente in seguito alle vittorie di Spagna ’82 e Berlino 2006. Per il 2018, si stima che la semplice partecipazione in Russia avrebbe garantito circa 10 milioni e una ipotetica vittoria finale avrebbe potuto fruttare addirittura dai 15 ai 18 miliardi. Per la Figc in primis il danno non è da poco: dal 2014 il nuovo advisor, Infront Sports & Media–Gruppo 24 ore ha garantito un incasso minimo di 57 milioni totali mentre l’introito dell’accordo con lo sponsor tecnico Puma, prolungato fino al 2022, si aggira intorno ai 20 milioni. Oltre a queste entrate, ad essere altamente a rischio sono almeno altri 10 miliardi di “incassi Paese” tra diritti Tv, pubblicità (4 miliardi potenziali) e mancate vendite (quindi consumi): programmi ed emittenti televisive rischiano ora di perdere la fetta più consistente di ascolti (Calcio e Finanza sottolinea come dei 50 eventi televisivi più seguiti 49 sono partite di calcio, di cui 32 in occasione dei mondiali), senza contare che il 4 milioni che ad oggi i diritti tv Rai  – la cui assegnazione deve ancora essere confermata -garantiscono per ogni gara degli azzurri.

La morale è un’altra: la nazionale di calcio è riuscita persino a peggiorare l’idea che in Italia si prendano provvedimenti sono quando le situazioni diventano disperate. La storia di un’eliminazione del genere è, invece, quella di un disastro annunciato. Di un sistema calcio che dal trionfo (del tutto imprevisto) del 2006 ha toccato a ritmi regolari picchi sempre più bassi. Senza alcun colpo di reni. La chiamata di Conte come ct è stato un acuto, un bagliore nell’oscurità. Che per presupposti, costi e caratteristiche non è potuto che durare un biennio. Dopo, eccoti il ct che non ti aspetti. Il più anziano di sempre, senza esperienza internazionale. Con in mente un progetto rivoluzionario di rilancio del calcio, a partire dai giovani da inserire sfruttando la “riforma Tavecchio” (un fallimento), gli stage (che al suo predecessore non vennero concessi), un modulo tutto nuovo (il 4-2-4). Nella gara decisiva Ventura dimostra di essere stato una comparsa, di pagare degli errori di scelte manageriali che nulla hanno a che fare col calcio, e di essere un “dinosauro del pallone”, in un’Italia che sogna la giovinezza ma che è ormai cadaverica.

Daniele Dell'Orco
Daniele Dell'Orco

Daniele Dell’Orco è nato nel 1989. Laureato in Scienze della comunicazione presso l’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”. È direttore editoriale dei magazine online Cultora e Nazione Futura. È stato editorialista per La Voce di Romagna e dal 2015 è collaboratore del quotidiano Libero. Ha scritto “Tra Lenin e Mussolini: la storia di Nicola Bombacci” (Historica edizioni) e “Non chiamateli kamikaze“ (Giubilei Regnani). Dal 2015 è co-fondatore e responsabile dell’attività editoriale di Idrovolante Edizioni.

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