Gli intellettuali conservatori si mobilitano, ma che idea di Europa propone il papa?
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Gli intellettuali conservatori si mobilitano, ma che idea di Europa propone il papa?

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Qualche giorno fa, su Il Giornale, Luigi Iannone ha rilanciato il Paris Statement, ovvero il manifesto per la “vera Europa” sottoscritto da alcuni importanti intellettuali liberali e conservatori, tra i quali Roger Scruton, Pierre Manent e Robert Spaemann. È una delle iniziative culturalmente più stimolanti degli ultimi anni, visto anche il suo respiro internazionale. Si tratta di una dichiarazione lunga e articolata, che affronta una molteplicità di argomenti importantissimi, ma vale la pena soffermarsi brevemente su tre punti.

In primo luogo, Scruton e gli altri sostengono che la vera essenza dell’Europa sia di essere una «comunità di nazioni»; il superamento dello Stato nazionale attraverso la creazione di organismi sovranazionali, progetto culminato nell’Unione Europea, è solo un modo per ostacolare l’esercizio dei meccanismi di controllo democratici sulle classi dirigenti. L’Europa è stata tanto più spiritualmente florida e culturalmente unita quanto più è stata suddivisa in una serie di Stati nazionali concorrenti. Questi si sono spesso combattuti duramente, ma non hanno mai perso il senso della loro comune radice ed eredità culturale; al tempo stesso, proprio la loro articolazione politica è all’origine dello ius publicum europaeum, che come ha sempre sostenuto Carl Schmitt, ha a lungo di incanalato e contenuto l’inimicizia tra gli Stati (non tra i popoli!), fino alla crisi di tale diritto internazionale moderno, esplosa drammaticamente con le “guerre totali”.

In secondo luogo, gli autori del manifesto attribuiscono un’assoluta primazia alle radici cristiane dell’Europa, condannando invece la chimera del multiculturalismo. Il punto è che quest’ultimo o coincide con una spersonalizzazione e una colonizzazione delle nostre comunità, oppure implica una volontà di coercizione e assimilazione nei confronti dei gruppi che pretendiamo di poter accogliere.

In terzo luogo, vorrei sottolineare il giudizio che gli intellettuali conservatori esprimono sul populismo. Pur biasimando il ricorso a «slogan semplicistici» e ad «appelli emotivi divisivi», costoro riconoscono che questo fenomeno politico rappresenta una «sana ribellione» contro le attuali élite. Naturalmente, le istanze del populismo vanno interpretate. Esso è destinato a fallire se si limiterà a invocare la scomparsa delle élite. Come insegnano teorici politici del calibro di Gaetano Mosca, il governo sarà sempre oligarchico (ci saranno sempre pochi che governano e molti che sono governati). Le élite non spariranno mai. Quello che bisogna ottenere, piuttosto che la loro soppressione, è il miglioramento dei meccanismi di selezione e ricambio delle classi dirigenti.

Ora, è curioso confrontare i contenuti di questo scritto con un discorso tenuto il 28 ottobre scorso da papa Francesco alla conferenza «(Re)thinking Europe», organizzata dalla Commissione delle Conferenze Episcopali dell’Unione Europea e dalla Segreteria di Stato vaticana.
Certamente in linea con la prospettiva delineata dal Paris Statement è l’idea che nella società contemporanea ci sia un grande bisogno di ravvivare la dimensione comunitaria attraverso il recupero del concetto di persona. Correttamente, dunque, il pontefice afferma che uno dei contributi che i cristiani possono «apportare al futuro dell’Europa è la riscoperta del senso di appartenenza a una comunità». Comune ai due testi è anche la critica all’aspetto distruttivo dei populismi, «che fanno della protesta il cuore del loro messaggio politico, senza tuttavia offrire l’alternativa di un costruttivo progetto politico». Già qui, però, emerge una prima rilevante difformità: il Santo Padre, a differenza di Scruton e gli altri, non sembra cogliere alcun elemento positivo nelle reazioni a vario titolo qualificate come populiste.
Ma quel che colpisce di più è l’ostinazione con la quale Francesco continua a propinarci il mantra dell’accoglienza e dell’inclusione, nonostante egli stesso ammetta la necessità di recuperare il senso di appartenenza alla comunità. Verrebbe insomma da chiedere al papa quali forme ritenga che appartenenza e identità possano assumere in una società multietnica, multireligiosa e multiculturale. È questo il grande equivoco dell’ecumenismo di Bergoglio (il quale, tra l’altro, oscilla tra il riconoscimento dei diritti culturali dei vari gruppi presenti nelle nostre società e l’attribuzione a queste ultime della facoltà di richiedere agli immigrati una forma di assimilazione). Alla fine, il ritornello dei «ponti al posto dei muri» lascia trapelare un’idea di Europa piuttosto distante da quella del manifesto degli intellettuali conservatori; un’idea probabilmente (e paradossalmente) molto meno europea, calibrata sul modello dell’America latina. Purtroppo il papa non pare rendersi conto che le dinamiche migratorie che hanno caratterizzato la storia del Nuovo Mondo sono diverse da quelle odierne almeno per tre aspetti cruciali.

Primo, il continente americano era un continente di immensi spazi, poco densamente popolato e pressoché «vergine» dal punto di vista politico, economico, tecnologico, per non dire culturale e religioso (affermarlo sarebbe forse mancare di rispetto alle civiltà indigene decimate dall’arrivo degli europei). L’Europa è invece un continente già formato, già caratterizzato da una sua storia e probabilmente avviato verso un declino morale e demografico che l’immigrazione può modificare solo se assume le dimensioni di una vera e propria «sostituzione etnica». D’altra parte il papa, con esplicito compiacimento, ha spesso paragonato il periodo attuale a quello delle invasioni barbariche, una fase in cui di fatto una civiltà si sovrappose a un’altra, pur assimilandone le conquiste in termini di tradizioni e istituzioni.
Secondo, il continente americano è stato colonizzato dagli europei, persone che portavano con sé un pesante fardello storico e culturale e che perciò sono state in grado di fondare ex-novo una civiltà di impronta occidentale nei luoghi dove fino al secolo XVII si praticavano i sacrifici umani. Non è un caso se a maggio di quest’anno il Capo dello Stato Sergio Mattarella, in visita in Uruguay, abbia tenuto un discorso nel palazzo del Congresso di Montevideo, progettato dall’architetto italiano Gaetano Moretti. I popoli che oggi minacciano di riversarsi in massa in Europa, invece, provengono da un continente oggettivamente povero di conquiste politiche, economiche, culturali, scientifiche. E come scrisse in tempi non sospetti l’antropologa Ida Magli, resta un mistero quale contributo possa venirne alla nostra civiltà.
Terzo, l’immigrazione nel continente americano era in larghissima parte un’immigrazione cristiana, cattolica nel Sud e protestante nel Nord. Al contrario, l’immigrazione che oggi preme sui confini dell’Europa è un’immigrazione anche, se non soprattutto, musulmana. Credere che ciò non avrà un effetto sulle tradizioni non solo morali e spirituali, ma altresì giuridico-politiche dei nostri Paesi, vuol dire ignorare quel che già è realtà in Francia o in Inghilterra.
Che certe analisi superficiali siano propagate, in un clima di accondiscendenza da parte delle élite mondiali, da un’autorità morale quale il Romano Pontefice è, per usare un eufemismo, preoccupante. Che, casualmente, le parole del papa siano giunte più o meno negli stessi giorni in cui veniva diffuso il Paris Statement, testimonia come per l’Europa il pontificato di Francesco costituisca un significativo regresso rispetto a quello di Benedetto XVI.

Alessandro Rico
Alessandro Rico

Alessandro Rico (L'Aquila, 1991), laureato con lode in filosofia all'Università La Sapienza di Roma, è dottorando di ricerca in Political Theory alla LUISS Guido Carli. Collabora con il quotidiano 'La Verità'. Nel 2017 è stato coautore di 'La fine della politica?', edito da Historica.

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