Attentato a New York, quei radicalizzati “flash” che si improvvisano soldati dello Stato Islamico
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Attentato a New York, quei radicalizzati “flash” che si improvvisano soldati dello Stato Islamico

Attentato a New York, quei radicalizzati “flash” che si improvvisano soldati dello Stato Islamico

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All’indomani dell’ennesimo attacco all’Occidente pianificato con l’ormai tristemente noto modus operandi del minivan preso a noleggio e utilizzato all’improvviso come proiettile da schiantare contro “soft target”, l’attentato di New York può essere utile a ribadire alcuni concetti fondamentali che caratterizzano la guerra “asimmetrica” tra Stato Islamico e potenze occidentali. L’integrazione, considerata la cartina al tornasole di una civiltà in salute, non aiuta a prevenire il rischio di attacchi terroristici. L’identità di Sayfullo Habibullaevic Saipov, il 29enne originario dell’Uzbekistan che ha falciato decine di persone, uccidendone 8, nel quartiere Tribeca di Lower Manhattan, ne è la riprova.

Saipov è emigrato negli Stati Uniti nel 2010. Alle autorità americane ha detto di essere originario di Tashkent, la capitale dell’Uzbekistan. Il Guardian ha intervistato Dilfuza Iskhakova, una donna dell’Ohio che lo ha ospitato nei suoi primi mesi negli Stati Uniti. Iskhakova ha spiegato di avere accolto Saipov perché suo marito conosceva il padre dell’uomo, che non aveva nessun altro contatto nel paese. «Sembrava un bravo ragazzo, anche se parlava poco. Si limitava ad andare al lavoro e a tornare a casa. Lavorava in un magazzino», ha raccontato Iskhakova. Negli anni successivi sono successe altre due cose rilevanti: Saipov ha ottenuto la agognata green card – cioè il permesso di soggiorno illimitato negli Stati Uniti – e si è trasferito nella città di Paterson, New Jersey, dove ha iniziato a lavorare per Uber, una multinazionale. L’azienda ha confermato questa informazione, e ha specificato che Saipov aveva passato i controlli di sicurezza previsti dal proprio regolamento.

Raccontata così sarebbe allora la storia dickensiana di un capolavoro di integrazione, con lo stereotipo del povero disperato che trova una sua dimensione lavorativa nel “Paese delle opportunità” e per giunta grazie a imprese impegnate nell’innovazione e nei servizi. Come molti dei soldati “improvvisati”, e spesso nemmeno riconosciuti, dell’Isis, Saipov non aveva mai dato segni di radicalizzazione palese, non aveva mai avuto legami col terrorismo e aveva avuto a suo carico appena quattro multe per violazione del codice stradale. Eppure, diversi giornali americani hanno scritto che all’interno del furgone usato da Saipov nell’attentato sono state trovate delle note in arabo che indicano la sua appartenenza allo Stato Islamico. Il New York Times dà per certo, inoltre, che una volta sceso dal furgone l’uomo abbia gridato Allahu Akbar, il “segno distintivo” dei martiri di Allah mentre commettono attentati. Finora però non c’è stata alcuna rivendicazione. Perché verosimilmente Saipov non si è mai arruolato “di fatto”.

La perfetta integrazione e l’assenza di segnali chiari che possano portare a identificare i soggetti come possibili prede del radicalismo islamico, sono l’arma che l’Isis utilizza per “risvegliare” questi soldati dormienti potendosi permettere il lusso di non doverli nemmeno contattare direttamente. È il richiamo, imprevedibile, insospettabile e improvviso, che sentono nelle loro coscienze a renderli dei perfetti miliziani “sotto copertura”, pronti a colpire ovunque e in qualsiasi momento. Basti pensare a quanti abbiano approfittato dell’attacco di Halloween per riproporre le loro foto realizzate a Downtown mesi fa con il drappo dell’Isis sui loro iPhone per capire quanto l’integrazione non sia per nulla utile per anestetizzare istinti di lotta armata. Ma anzi, possa rappresentare un perfetto assist per i burattinai a distanza.

 

Daniele Dell'Orco
Daniele Dell'Orco

Daniele Dell’Orco è nato nel 1989. Laureato in Scienze della comunicazione presso l’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”. È direttore editoriale dei magazine online Cultora e Nazione Futura. È stato editorialista per La Voce di Romagna e dal 2015 è collaboratore del quotidiano Libero. Ha scritto “Tra Lenin e Mussolini: la storia di Nicola Bombacci” (Historica edizioni) e “Non chiamateli kamikaze“ (Giubilei Regnani). Dal 2015 è co-fondatore e responsabile dell’attività editoriale di Idrovolante Edizioni.

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