Occorre più coraggio nelle politiche del lavoro
Blog / Economia / Occorre più coraggio nelle politiche del lavoro

Occorre più coraggio nelle politiche del lavoro

BlogEconomia

È indubbio che lo scenario generale per il rilancio dell’economia italiana non è privo di criticità che spesso si manifestano in tutta la loro virulenza. Senza fare demagogia non possiamo però sottrarci nel puntare il dito contro una gestione politica troppo vocata al consenso elettorale che ha utilizzato fondi pubblici più a protezione di interessi corporativi piuttosto che a serie politiche di aggressione ai parametri macroeconomici che opprimono la nostra Nazione. L’ultimo esempio è stato sicuramente l’utilizzo improprio della flessibilità concessa dall’Europa per mance elettorali finalizzate al referendum costituzionale. Superfluo sottolineare che il bilancio di dette azioni è stato deprimente sia per il risultato referendario che per le politiche poste in essere. Sarebbe ingeneroso però addossare solo all’esperienza renziana colpe che invece sono figlie di andazzi storicamente consolidati che affondano le loro radici fin dall’ormai lontano secondo dopoguerra. D’altronde, a parziale scusante, le politiche di rigore messe in atto dalla destra storica postunitaria produssero un forte malcontento sociale (all’epoca si votava per censo) e le politiche di crescita messe in atto dal fascismo trovarono il loro culmine nella guerra di Etiopia che, non dimentichiamolo, fu l’occasione per un forte aumento di produzione industriale e di occupazione. Una coperta storicamente corta dunque che necessita di innovazione e coraggio per essere allungata.
In questo contesto l’impresa non può sottrarsi ad un ruolo da protagonista uscendo però da logiche strettamente corporative e facendosi carico di un panorama più vasto e di un’alleanza sociale che possa trovare una sintesi virtuosa tra capitale e lavoro. Duole trovare in questa situazione un sindacato assolutamente deficitario che nel XXI secolo non può minimamente permettersi di limitarsi a garantire la sopravvivenza di posti di lavoro in essere per dipendenti di età media avanzata e che preferiscono sacrificare diritti invece che promuovere riqualificazione ed acquisizione di competenze. In pratica una tutela solo per chi si trova all’interno del vecchio mercato del lavoro e una crudele falce per le nuove generazioni.
Non possiamo gioire per rinnovi di contratti collettivi nazionali che, a parte quello del pubblico impiego, solitamente diminuiscono il potere d’acquisto dei dipendenti innescando una spirale depressiva. Il rapporto 2017 della Corte dei Conti d’altronde parla chiaro: un’inaccettabile pressione fiscale pari al 42,9 per cento del PIL, un cuneo fiscale per le imprese pari al 49 per cento (contro il 39 della media europea) ed un total tax rate pari al 64,8 per cento (quasi il 25 in più della media Europea); dati impietosi che esigono un impegno forte per un’inversione di tendenza.
I timidi segnali di ripresa devono essere rafforzati con un forte abbattimento del cuneo fiscale accompagnato da un altrettanto forte aumento di produttività che possa almeno in parte compensarlo; per far questo ci vuole coraggio da parte di tutte le componenti: Stato, Impresa, Lavoratori.
Il Jobs Act da questo punto di vista non ha ben funzionato creando posti di lavoro precari e non stabili, bisognerebbe creare contratti di lavoro flessibili non tanto sulla stabilità di contratto ma sulle modalità di erogazione delle retribuzioni con possibilità normative più ampie, stabili defiscalizzazioni per le contrattazioni di secondo livello; è necessario prevedere in questo contesto anche premi di produttività ad personam e non collettivi .
Occorre una maggiore responsabilizzazione del lavoratore per dare il più possibile all’impresa quella che Mintzberg chiamava configurazione missionaria che non può più essere un sogno ma un virtuoso e cogente punto di arrivo. In questo caso, anche con risultati alla mano, l’impresa etica di Brunello Cucinelli può essere presa a modello.
Il quadro politico nazionale mostra in tutta la sua drammaticità una gran parte di politici che hanno poche esperienze lavorative e, per questo, poco idonei a far crescere il Paese.

@elena_veschi

Laura Tinari
Laura Tinari

Aquilana, classe 1982, laureata in Scienze della Comunicazione e poi un Executive Programme in Social Media Marketing & Communication alla LUISS Business School. Sono un’imprenditrice di prima generazione alla seconda sfida nel campo della comunicazione e social media manager. Sono esperta in Politiche di genere. Nel triennio 2014-2017 sono stata nella squadra di Presidenza dei Giovani Imprenditori Confindustria e continuo ad essere Vice-Presidente della Territoriale dell’Aquila. La vita mi sta insegnando il piacere del condividere idee e percorsi, la necessità di avere accanto persone motivate come me e la voglia di provare. Anche per questo ora lavoro in un co-working che co-gestisco. Adoro il pilates, che considero un metodo di allenamento per incoraggiare la concentrazione, e camminare in montagna, unico modo per ricomporre ogni pensiero.

Commenti

Newsletter

Articoli Recenti

Il Centro Studi è un luogo d’incontro e di confronto per quanti credono nel decisivo valore dell’impegno personale, sociale e culturale una zona franca libera da vincoli e dall’imposizione dei “pensieri dominanti”.

Newsletter