“Non si può imparare a morire” Z.Bauman
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“Non si può imparare a morire” Z.Bauman

Charlie Gard, il piccolo affetto da una rarissima malattia genetica, morirà perché quasi certamente lunedì prossimo verrà staccata la spina di tutte le apparecchiature salvavita.
In questi mesi abbiamo seguito passo dopo passo la sua disperatissima vicenda, sentendoci un po’ tra tutti suoi genitori e provando, ancorché abbozzate, per empatia o per esperienza personale, parte di quelle emozioni.
Il dolore appartiene a tutti finché si vive.
C’è chi l’ha già provato e convive nella cicatrice del suo ricordo o chi, più fortunato, lo scongiura ma in ogni caso vive nella sua prospettiva.
Quello del piccolo Gard è stato un percorso tortuoso e pesante dove si sono alternate fasi contrastanti e intense e in cui, anche solo per un istante, molti genitori di cuore hanno lottato perché il bambino potesse essere curato in Italia o in America.
I genitori imploravano altro tempo per il proprio figlio che, tra l’altro, proprio il 4 agosto dovrebbe compiere un anno.
La giustizia inglese e la rigida burocrazia dell’ospedale londinese hanno da sempre applicato normativa e regolamento e la loro scelta è apparsa fredda e cinica.
Dapprima, la Corte ha sentenziato che la morte dovesse essere preferita a una sopravvivenza senza speranza e soprattutto dolorosa per il bambino, in seguito è parsa aperta e possibilista verso una ipotetica cura individuata da un team scientifico internazionale rispetto al quale l’Italia stessa ha fatto pressione.
E ora, si ritorna a confrontarsi con la inequivocabile e crudele realtà: troppo tempo è trascorso senza una cura appropriata e il danno venutosi a creare sugli organi di Charlie è divenuto irreversibile.
Irreversibile è la stessa parola pronunciata dal padre del piccolo Gard.
È una affermazione che chiude la vicenda e che lascia fuori dalla porta ogni considerazione e ogni scampolo di futuro.
Non c’è più nulla da fare e da sperare.
A questa conclusione, forse è uno degli aspetti più importanti, sono approdati i genitori, gli unici legittimati veramente a porre la parola fine su una esistenza a cui hanno dato solo un soffio.
Ora rimane un altro dettaglio, non da poco.
Quello sul dove permettere a Charlie di lasciare, con sensibilità e dignità, la sua vita e la sua famiglia.
A casa, in ospedale o in un hospice nel caso in cui non ci sia un accordo tra i genitori e l’ospedale.
Una scelta che ci lascia spettatori di un altro momento straziante rispetto al quale una madre e un padre non possono essere mai abbastanza preparati.
Non si può imparare a morire o a dare la morte.
Tuttavia, i genitori sono diventati certamente più consapevoli e anche più forti perché finora, in un modo o nell’altro, hanno sempre scelto nonostante i molteplici veti incrociati e le intrusioni dall’alto.
Speriamo solo che possano decidere anche il luogo preferibile per questo ultimo istante, carico di dolore, amarezza e vuoto.
Ci hanno sempre detto che la morte appartiene a quegli eventi certi nel se e incerti nel quando.
In questo caso ci sembra che tutto sia stato meno libero e naturale, per quanto possa dirsi tale la morte di un bambino di neppure un anno.
Auguro solo un po’ di silenzio e pace a Chrie e Connie.
@PetteneAnna

Anna Pettene
Anna Pettene

Classe 1974, pavese di nascita e residente a Genova. Sposata e madre di Francesco, Giulia, Vittorio. Mi sono laureata in Giurisprudenza all’Università di Pavia. Sono Avvocato. Ho conseguito un Master in Mediazione Familiare all’Università di Genova perché credo che separazione e divorzio possano essere affrontati senza conflitti mettendosi dalla parte dei figli. Penso fermamente che lo stesso principio possa funzionare anche per la politica, adottando un’altra prospettiva, cioè a fianco e a servizio dei cittadini e di chi ha più bisogno. Amo le buone letture, il golf, i viaggi, la pizza e la compagnia allegra degli amici. Detesto il pensiero unico e conforme.

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