Odiose reazioni a catena
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Odiose reazioni a catena

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Quasi come in una macabra consuetudine, stiamo diventando avvezzi a seguire i bollettini delle vittime del terrorismo islamico ammazzate mentre camminano, sgozzate per strada o nei ristoranti, asfaltate da un furgone infernale, pieno di esplosivo o bombole a gas o polverizzate dopo un concerto mentre aspettano di uscire e di ricongiungersi a chi li potrà amare per sempre solo in uno straziante ricordo.
Se ripercorriamo la cronaca di questi ultimi dodici mesi, constatiamo che l’Occidente non ha conosciuto tregua, travolto da un’onda di sangue che ha azzerato vite, libertà e sogni.
Francia, Germania, Regno Unito, per ora, sono i Paesi che tra tutti hanno pagato di più.
Da sempre sostenitori instancabili dell’accoglienza, del multiculturalismo, dell’integrazione, della melting pot society, delle porte spalancate, hanno avuto in cambio stragi ed evidentemente un riscontro fallimentare rispetto alle politiche intraprese.
In Italia, per ora ancora indenne, pur con un livello altissimo di allerta costante, la situazione è veramente pesante e promette anche peggio nei prossimi mesi: al momento registriamo 180000 sbarchi di immigrati per lo più clandestini economici, un sistema di accoglienza inevitabilmente al collasso ad esclusione di quelle organizzazioni e realtà che vivono e lucrano in quel sottobosco, situazioni di tensione sociale, sicurezza implementata nonostante risorse economiche ed umane sempre più scarse, presidi, corpi speciali, dissuasori, blindature ovunque che ci inducono a capire che la guerra è in corso.
Già la stiamo affrontando.
Il nemico al quale stentiamo a dare ancora un nome, un’identità, un movente si nasconde tra noi.
Tuttavia, a differenza di una guerra così come riconosciuta dal diritto internazionale, questa non è stata dichiarata, non ha un inizio e neppure avrà una fine ma passa direttamente e incessantemente ad atti devastanti in momenti di ordinaria quotidianità e imprevedibilità.
Non importa che avvenga una strage o che ci siano poche vittime o, come nell’ultimo caso di Parigi sugli Champs-Elysees, non ce ne siano.
L’importante è che si sappia chiaramente che “qualcuno” ci odia, ci vuole morto e farà di tutto per ammazzarci in nome di Allah.
D’altra parte ci hanno anche avvisato e continuano a ripetercelo che non saremo più sicuri, che non avranno pietà nemmeno per chi ha ancora tutta la vita davanti, che per terrorizzarci useranno qualunque mezzo anche il più semplice ma non per questo meno spaventoso: coltello, veleno, macchina, drone, virus batteriologico.
Dicono che stanno cercando di creare una bomba nucleare…uno scenario degno del più tremendo film catastrofico.
D’altra parte, si è parlato di pornografia della morte, dell’orrore come se volessero non solo ammazzarci ma rendere ogni morte degna di un copione cinematografico.
È inevitabile che in questo clima di odio e terrore, misto a endemici stati di disperazione, angoscia, insicurezza e crollo di ogni riferimento e libertà il rischio sia quello di reazioni di odio in un circolo vizioso senza fine.
Esattamente come a Londra davanti alla moschea a Finsbury Park ove un cittadino britannico un paio di giorni fa si è ispirato alla stessa metodologia di attacco terroristico islamico scaraventandosi contro i fedeli musulmani uscenti dal luogo di culto.
Avrebbe detto : “Voglio uccidere tutti i musulmani”.
È stato accusato di terrorismo.
Perché così è: terrorismo, punto.
E non abbiamo remore nell’ ammetterlo nemmeno quando riguarda i nostri.
Il problema vero è che la situazione sta realmente diventando insostenibile.
Da una parte, abbiamo chi ha una missione ben dichiarata di uccidere con ogni mezzo l’infedele occidentale e ciò è innegabilmente sotto i nostri occhi.
Dall’altra, registriamo sempre più esasperazione, angoscia, frustrazione, paura.
È inevitabile che siamo in un campo minato.
Per l’accoglienza dovremmo avere una “visione” chiara, sostenibile, LIBERALE di integrazione , prima di subire flussi migratori incontrollati e ingestibili.
Per la reazione sociale di tensione e insofferenza, cerchiamo, pur nella condanna obbligata verso certi atti orribili, non importa da chi provengano, di usare empatia e lungimiranza; per esempio, potremmo dire che non è il momento di affrontare con leggerezza e affanno temi come lo ius soli che in questo tempo sanno come corda in casa dell’impiccato?
Oltre che nei contenuti un provvedimento vincente si giudica infatti dall’opportunità che ha a che fare con la realtà e la congiuntura storica.
E in questo momento siamo in emergenza immigrazione e terrorismo.
Solo così la politica potrà essere credibile e soddisfare compiutamente le esigenze dei cittadini.

Altrimenti il buonismo, la cecità, la sordità, la superficialità, l’avventatezza possono solo creare razzismo.
Da entrambe le prospettive.

@PetteneAnna

Anna Pettene
Anna Pettene

Classe 1974, pavese di nascita e residente a Genova. Sposata e madre di Francesco, Giulia, Vittorio. Mi sono laureata in Giurisprudenza all’Università di Pavia. Sono Avvocato. Ho conseguito un Master in Mediazione Familiare all’Università di Genova perché credo che separazione e divorzio possano essere affrontati senza conflitti mettendosi dalla parte dei figli. Penso fermamente che lo stesso principio possa funzionare anche per la politica, adottando un’altra prospettiva, cioè a fianco e a servizio dei cittadini e di chi ha più bisogno. Amo le buone letture, il golf, i viaggi, la pizza e la compagnia allegra degli amici. Detesto il pensiero unico e conforme.

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