Falsi ricordi
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Falsi ricordi

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L’ultima di una lunghissima serie, dentro e fuori i confini nazionali.
Un mese fa, ad Arezzo, è morta Tatiana, 16 mesi.
Ieri, alla metropolitana di Bisceglie, Milano, una bambina di 1 anno è stata provvidenzialmente salvata da un poliziotto che ha rotto il finestrino della macchina per estrarla velocemente e sottrarla a una morte certa per arresto cardiaco o asfissia.
Bambini morti in macchina.
Bambini abbandonati dai propri genitori.
Stesso copione.
Stessa tragedia.
Un urlo di disperazione quello lanciato da Ilaria, madre di Tatiana, accortasi solo alle due di pomeriggio, dopo sei ore di lavoro, della mortale amnesia.
Madri e padri che dimenticano i propri figli in macchina sul sedile posteriore, pensando invece di averli lasciati al nido, a scuola, dai nonni o dalla babysitter o, comunque, al sicuro.
Capita, anche, che distratti da una telefonata, da un appuntamento o da una delle mille preoccupazioni della vita disconnettano, per un momento, l’attenzione da quel corpicino inerme col ciuccio in bocca adagiato sul seggiolino e immerso nel mondo dei sogni dal quale non si sveglierà più.
Si apprende dai media che qualche volta i figli vengono lasciati in auto il tempo necessario per permettere all’irresponsabile genitore, malato di gioco, di andare al bingo o di sfidare quella macchina infernale che ruba soldi e vite.
In America, un bollettino di guerra atroce: una morte infantile ogni 10 giorni a causa dell’abbandono in macchina di minori.
Se si escludono i ludopatici o quelli che volontariamente li dimenticano per svolgere una commissione magari ignorando che in pochi minuti la temperatura dentro l’abitacolo, specie nei mesi caldi, possa raggiungere picchi di 70/80 gradi, divenendo un forno, la maggior parte dei genitori INCONSAPEVOLMENTE agisce in questo modo.
Quando ci si imbatte in una tale notizia drammatica, prima di lanciare condanne, sentenze, insulti, come succede per esempio sul web, occorrerebbe prima confrontarsi con la propria vita e ammettere che molto spesso viviamo assorti se non addirittura fagocitati da molteplici pensieri che non ci tengono nel qui e ora, ma ci conducono in vari luoghi, situazioni o tempi che non sono quelli che stiamo vivendo.
Avanti e indietro.
Difficile rimanere nel presente.
Liane di immagini, pensieri, ricordi, frasi, numeri, date, impegni che sommergono la nostra agenda esistenziale.
I flussi di dati che non riusciamo a tenere in testa li archiviamo nei nostri tablet sempre più intelligenti e spaziosi.
Addirittura compriamo memoria artificiale, altri giga, perché la nostra vita in lungo e in largo è troppa e non vogliamo né possiamo perderci nulla, neppure un frammento di essa.
La estendiamo in modo quasi disumano e siamo costretti a essere tentacolari, ubiqui, liquidi e immortali.
Accumuliamo foto, video, contatti, mail e messaggi, appuntamenti, ricorrenze.
Facciamo fatica a alleggerire o a cestinare.
Segno e feticcio di una vita intensa piena di occasioni e relazioni seriali delle quali dimentichiamo contenuti, volti e nomi.
Sempre connessi.
Reali e virtuali.
Uomo e robot.
Liberi e schiavi.
Fear of Missing out.
La paura compulsiva di essere tagliati fuori dal mondo, di contare poco se si è meno impegnati e connessi.
Quanto sarebbe meglio tentare di liberare la mente da quei pesi spesso inutili che ci carichiamo addosso come delle bestie da soma!
O anche iniziare a filtrare e contenere gli spaventosi flussi che arrivano dal mondo esterno pieno di rumori assordanti e frenesia, tentazioni e suggestioni della globalizzazione dove tutto è a portata di click.
La mente libera è sempre più un lusso.
Una chimera.
Il ciclo della vita poi, con i momenti difficili, gli incidenti di percorso, gli strappi, le lacerazioni, le riparazioni, continuamente mette alla prova ognuno di noi.
Siamo nati liberi e in catene dappertutto, diceva il celebre filosofo Rousseau.
“Multitasking” definizione per quelle madri che, straordinariamente impegnate, si dividono tra casa, figli, famiglia, lavoro.
Un termine, mutuato dall’informatica, che appare positivo e allettante ma che in realtà, a soffermarsi sulla drammatica attualità, rappresenta una condanna.
Le madri sono spesso costrette a essere multiprogrammate.
Sempre e ovunque reperibili, disponibili, operative.
Si fanno carico della propria vita, di quella dei figli, prossimi congiunti, familiari, amici, colleghi.
Vivono anche quelle degli altri.
Entrando e uscendo da ruoli, incarichi, file.
Ogni tanto il meccanismo si inceppa.
Inevitabile!
Umano!
Basta una variazione delle abitudini quotidiane, uno stress familiare o lavorativo, un momento di stanchezza, la mancanza di sonno, una forte preoccupazione e il vuoto di memoria è dietro l’angolo.
PUÒ CAPITARE A TUTTI.
Siamo uomini non pc!
Se ci va bene dimentichiamo il cellulare, la porta di casa aperta, la luce accesa, la pentola sul fuoco.
Se invece la dissociazione si spinge oltre, fino a dimenticare quanto di più caro abbiamo, la condanna a una vita futura senza perdono è certa.
Chi legge queste notizie dovrebbe mostrare umana pietà o perlomeno empatia verso questi genitori che non sono assassini.
Il più delle volte sono madri e padri, disperati e inconsolabili; sconteranno anche una condanna per abbandono di minori o omicidio colposo.
Se potessero, però, sceglierebbero la morte.

@PetteneAnna

Anna Pettene
Anna Pettene

Classe 1974, pavese di nascita e residente a Genova. Sposata e madre di Francesco, Giulia, Vittorio. Mi sono laureata in Giurisprudenza all’Università di Pavia. Sono Avvocato. Ho conseguito un Master in Mediazione Familiare all’Università di Genova perché credo che separazione e divorzio possano essere affrontati senza conflitti mettendosi dalla parte dei figli. Penso fermamente che lo stesso principio possa funzionare anche per la politica, adottando un’altra prospettiva, cioè a fianco e a servizio dei cittadini e di chi ha più bisogno. Amo le buone letture, il golf, i viaggi, la pizza e la compagnia allegra degli amici. Detesto il pensiero unico e conforme.

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